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Pubblicità tra televisione, internet e cellulare ::
Se la televisione viene ancora ritenuta il mezzo di comunicazione più potente, i pubblicitari iniziano a perdere fiducia nei trenta secondi che hanno a disposizione. Uno studio americano, annunciato venerdì all'interno di una conferenza, ha rilevato che la televisione negli ultimi due anni è sempre meno efficace secondo il 78 per cento delle agenzie pubblicitarie. Ma per quale motivo? Il principale responsabile sembra essere il registratore digitale; grazie ai sistemi di Dvr come il TiVo infatti è possibile automatizzare la registrazione ed escludere gli spot anche se interni al programma; eppure i digital video recorder sono fino ad ora presenti soltanto in dieci case americane su cento. Gettando uno sguardo al futuro, sembra che questa tecnologia, spinta dalle televisioni satellitari e via cavo, crescerà esponenzialmente nei prossimi quattro anni, preoccupando gli addetti della comunicazione.
Ora è tempo della sperimentazione su internet e sui dispositivi mobili, per capire quale strada percorrere nel futuro. Per esempio, le campagne virali in rete, associate alla Iptv, possono essere un buon terreno per il marketing. Nuove concezioni di comunicazione pubblicitaria cercano nella convergenza tecnologica spazi espressivi, siano essi video in rete o newsletter oppure contenuti per cellulari. L'attenzione non può essere rivolta più al semplice tormentone cercando di raggiungere e persuadere comunque i consumatori, ma deve comunicare direttamente all'individuo.
Scritto da RedPill il 25.3.06 :: (4) commenti
tiriamo le somme ::
Sono prossima al mio ritorno in patria, quindi da giorni penso che dovrei scrivere un piccolo bilancio, qui, di cos'è stata per me l'esperienza Erasmus. Sono però altrettanti i giorni in cui apro un documento word per scrivere qualcosa e rimango inevitabilemente a fissare una pagina bianca con il cursore lampeggiante senza cavarne una parola. Difficile davvero riassumere cinque mesi in poche righe, ma ancora di più riuscire a esprimere esperienze e sensazioni con le parole.
L'unica cosa che posso dire è che è stata davvero un'esperienza unica, indimenticabile che porterò per sempre nel cuore; mi sento cambiata, non so se migliorata o peggiorata, ma decisamente diversa; perchè tutto questo t lascia davvero un segno dentro, un segno indelebile che porterai sempre con te.
Scritto da Daria il 7.2.06 :: (4) commenti
Una blogger senza blog ::
Eccomi di nuovo attiva dopo quattro lunghi giorni alla Fiera di Genova a seguire da vicino InEdita Blog. Innanzitutto due parole sul salone dell'editoria InEdita. Devo dire che la campagna di comunicazione dell'evento non è stata particolarmente efficiente, ma va considerata anche come prima edizione. L'allestimento era molto spartano, i neon accecanti, il punto di ristoro insufficiente, e talvolta le voci delle diverse conferenze si intrecciavano in un magma fastidioso. I primi due giorni, in quanto feriali, non hanno riscosso un grande successo di pubblico. Il week-end ha visto invece molte persone migrare da uno stand all'altro, complice il fatto che nel padiglione C si trovavano altre due esposizioni: Creatività e Antiqua.

Ma veniamo agli incontri di InEdita Blog. Gli interventi sono stati puntuali e stimolanti e hanno cercato di indagare i processi e le interazioni che dal blog si trasferiscono nella realtà sensoriale. Si sono considerati i rapporti con la politica, con l'editoria, con la psicologia, con l'informazione. E poi c'erano i blogger. Erano lì, arrivavano, partivano, salutavano e si presentavano. E per me, che vivo intensamente la blogosfera pur non avendo un blog personale, è stata un'esperienza bellissima. Ho conosciuto tante persone che già seguivo giornalmente, altre che inizierò a seguire. Ho sentito molti pareri contrastanti e soprattutto ho sentito un ambiente denso di idee e voglia e personalità. Il blog è uno strumento di comunicazione straordinario che mette in moto dinamiche molto differenti dagli altri media e stimola anche la curiosità più pigra.
E allora, perché non ho un blog?
Forse proprio perché sono così vicina a questa realtà non riesco a fare l'ultimo passo. Mi conosco e quando intraprendo una via il mio impegno è massimo, spendo energie spropositate immergendomi completamente nella progettazione, nell'azione. E allora poi mi arrabbio, mi agito, giosco e soffro, divento acida oppure melensa. Insomma che posso farci? Sono molto riservata ma anche molto emotiva e la scrittura mi aiuta nelle relazioni e nelle espressioni, perché mi sfogo, parole sullo schermo che in una catarsi mi calmano profondamente. Ma in un blog tutto questo viene congelato e non c'è scampo, gli altri ti leggono e non puoi prescindere dai commenti che ti colpiscono intensamente e ti senti nuda e inerme. E allora mi lascio coinvolgere dal blog della mia metà e riesco a viverlo più serenamente. So anche che probabilmente un giorno aprirò un mio blog, ma questo non ditelo in giro.
Ho conosciuto persone straordinarie in questi giorni e ho capito una cosa importante: non importa il fine di un blog, ma il blogger. È assoluta dichiarazione di un'identità che emerge dai post scritti e dalle parole non dette. I fini di lucro, marketing, pseudoprofessionali, professionali o di diario online, non li giudico a priori come usi scorretti o meno, ma è la trasparenza davvero importante. E così apprezzo iniziative come la Blog Farm, o il blog delle edizioni La Lontra in cui la presenza è tangibile e i post sono cristallini e palpitano di identità. Al contrario il blog di Tizio Caio che sembra gestito da uno staff non è più professionale, ma men vero. Ci vuole sincerità, e nell'internet, come si è più volte detto, non ci vuole molto a scoprire bufale o fonti non citate: la fiducia è fondamentale e se viene tradita, prima o poi si perde tutto.

E allora un ringraziamento va a Marina Bellini che ha organizzato alla perfezione gli incontri e che, con l'aiuto di Mitì ha gestito e moderato gli interventi. Rivolgo un pensiero a chi c'era. Andrea che è stato un supporto tecnico efficientissimo e non solo; Antonio che ha imparato che se a Genova chiami la focaccia "pizza", ti mangiamo vivo; Eìo con la sua bellissima targhetta personalizzata; Giuseppe perché erano mesi che volevo incontrarlo; Samuele è così bravo che è riuscito a fare delle foto anche a me; Tambu che è stato l'unico a chiedermi se avevo un blog; Tao che con i ditloidi ha fatto impazzire tutti, ma io so la numero 5 e non ve la dico, tiè. E quanti altri ho visto passare dalle parti di Genova, come testimoniano le centinaia di foto.
L'ultimo e più grande ringraziamento va ovviamente a Ku perché senza di lui non sarei quella che sono.

Che sproloquio! E ne vorrei dire ancora tante altre di cose. Forse è per questo che dovrei aprire un blog.
Marina
Scritto da RedPill il 6.2.06 :: (9) commenti
Monsieurs-dames ::
È arrivato il momento di presentare ufficialmente il forum Laboratorio della Comunicazione.
Nato nel 2003 come canale di comunicazione para-universitario, ha attraversato periodi di ansia o follia e periodi di silenzio. Ora si ripropone come spazio di discussione e di analisi volto a condividere le conoscenze acquisite e di trovare un confronto.
Ovviamente non manca la sezione dedicata alla nostra università con i materiali raccolti in questi anni e le discussioni relative ai corsi, ma la direzione generale ora è rivolta al mondo della comunicazione italiana e internazionale. L'invito ad iscriversi e soprattutto a partecipare ai topic è rivolto a tutti.

Inoltre per conoscere più a fondo la realtà di Scienze della Comunicazione di Savona, potete ascoltare il podcast di Campus Bligny creato e gestito dagli studenti. Sicuramente da seguire!
Scritto da RedPill il 20.1.06 :: (1) commenti
Fenomenologia di Gerry Scotti ::
Da un po' di tempo mi diletto ad osservare i vari quiz condotti da Gerry Scotti.
È molto bello vedere come l'immagine del conduttore di Pavia sia stata plasmata ad arte, e come i quiz abbiano seguito questo trend adattandosi sempre più alle caratteristiche con le quali il personaggio-Scotti è stato creato.

All'inizio della versione italiana di Chi vuol essere milionario? Scotti era la fotocopia esatta del conduttore-tipo del prodotto di Endemol. Serio e professionale, sempre distinto, accentuava l'atmosfera drammatica di quel che rimane un clone di Lascia o raddoppia? peraltro molto ben riuscito. Il sornione Gerry riservava tutto l'umorismo e la spensieratezza per il programma Passaparola, decisamente più vicino alla tradizione nostrana.

In questo periodo critici televisivi e giornalisti vedevano in lui un degno successore dell'inossidabile Mike Bongiorno. Io lo sentivo più vicino a Corrado, ma tant'è.
Dopo queste affermazioni è cominciata la trasformazione di Scotti (verosimilmente pilotata dagli autori) in direzione del suo nume tutelare. Intendiamoci, ritengo Gerry un bravissimo presentatore e una persona adatta al ruolo che ricopre, però spiace vederlo trasfigurarsi sempre più in quello che non è.

Se leggiamo l'esilarante saggetto Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco, non possiamo non notare come qualsiasi passo sia oggi riferibile a Gerry Scotti:
...convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.
L'esercizio della mediocrità, la celebrazione del nozionismo fine a se stesso, il luogo comune, la finta gaffe architettata ad arte sono tipici di uno e dell'altro conduttore. E c'è un altro punto, uscito prepotentemente alla ribalta da poco tempo a questa parte (verrebbe da dire da circa un anno, ma poi si potrebbe obiettare che qui si pensa male).

Come Mike, Scotti non fa mistero di dichiararsi un fervente cattolico.

Ed ecco che tra le domande del milionario, ma ancora più tra quelle di Passaparola compaiono sempre più di sovente questioni puramente nozonistiche su episodi della Bibbia e dei Vangeli. E il corpulento Gerry non manca di esaltare le qualità morali del concorrente che azzecca, di chiedere spiegazioni per approfondire l'argomento, di mostrarsi, insomma, più interessato del normale alla domanda.

Credevamo che Mike ormai fosse storia della tv, nonostante si aggrappi con le unghie e con i denti al suo quiz con i bambini (che notoriamente odia). E invece no. Lo hanno clonato. Dalla grappa al risotto, la storia della tv nozionista e nazionalpopolare continua con il suo alter-ego della bassa padana.
Scritto da Kurai il 3.1.06 :: (0) commenti
Buon Natale ::
Nel pieno spirito festivo auguro a tutti un Buon Natale.

I miei cinque consigli cinematografici per Natale:
Edward Scissorhands
Nightmare Before Christmas
Lethal Weapon
Love Actually
Mickey's Christmas Carol

I miei cinque consigli musicali natalizi:
Deck the Halls - Loretta Lynn
Let it Snow - Micheal Bublé
All I Want for Christmas is You - Mariah Carey
Christmas with Yours - Elio e le Storie Tese
Jingle Bell Rock - Bobby Helms


Li avete scartati i regali? Bene. E ora andiamo a preparare il pranzo.
Scritto da RedPill il 25.12.05 :: (1) commenti
ancora una volta ::
Non credo di poterle spiegare meglio la situazione, mi scusi.
me ne vado. dannazione a questa sedia così fredda, sento tutte le ossa che scricchiolano all'unisono. tac. e pensare che una volta lo facevo di professione, di scrocchiare la schiena alle persone, e forse non avrei dovuto mollare, mi divertivo. c'era gente pazza che mi chiedo ancora adesso come possa stare al mondo. Ma è sicura che non mi romperà le vertebre? Vorrebbe per favore aggiustarmi le dita dei piedi che è un po' che non riesco ad entrare nelle scarpe eleganti? Sa un amico mi ha detto che me lo farà lei stessa d'ora in poi, e perfino gratis, no, non che abbia fatto mai quei corsi eh, ma sa, è un ingegnere, sa come mettere le mani, niente di personale. non era mai nulla di personale. eccetto le volte che i clienti cercavano qualcosa di personale. soprattutto quelli bavosi e affamati che avevano un brivido ad ogni tocco. Senta ma è proprio una bella ragazza, sa? Potrebbe farmi anche un bel massaggio rilassante, visto che c'è? Ma la pago per tutti i servizi in più, sia chiaro. neanche il camice bianco veniva inteso come simbolo di professionalità, anzi, sembrava quasi una tentazione. ma chissenefrega, non mi pento di aver chiuso quel capitolo. apro la porta per andarmene Senta ancora un momento, perché, no ok, quando ha preso questa decisione? due anni fa, e non mi volto. ho la mano sulla porta e attendo un attimo prima di farla scorrere. Forse se vuole, ne parliamo dopo pranzo e vediamo se. arrivederci. in un momento mi trovo alla fermata dell'autobus ma non salgo. forse dovrei smetterla, rassegnarmi a entrare nello schema. evidenziare i miei limiti, un po' come per i quadretti. non puoi sbagliare, mezzo centimetro per mezzo centimetro tutto ben definito. miseria, è così claustrofobico, ogni volta che mi ritrovo davanti a linee che si incontrano così prevedibilmente ho un senso di ansia. è appena passato l'autobus e il cellulare squilla chissà che vuole. Senti dovresti prendermi il succo d'arancia e le altre pastiglie. sono minerali, idiota. che poi cosa te ne farai voglio sapere. tanto domani ti può falciare un'auto mentre attraversi la strada e le tue belle vitamine vanno ad ingrassare i vermi. magari fosse così facile, nemmeno esce, per l'inquinamento, dice. io dico che è un codardo cerca di aggrapparsi ad una sopravvivenza fasulla che ti fa rigurgitare ogni sprazzo di vita. E un etto di carote per la cena. tac. non c'è bisogno che io parli, devo solo ascoltare e ricordare tutto, esatto e preciso. voglio che finisca, tante sono le cose che ho voluto e non mi sono ritrovata mai a ballare come nei film degli anni cinquanta, nessuna felicità da raggiungere, nemmeno da provarci non puoi provare, te lo impedisce il mondo. se domani il sole sorgesse ad occidente potrei tentare di scavare la mia fossa e vivere quei pochi minuti prima di soffocare. una manciata di minuti non chiedo molto. nessuna barchetta di carta che galleggia nel fiume per me, solo deserto e siccità, per camminare scalza sulle schegge e i detriti. Scusi è da tanto che aspetta? dipende. se si riferisce all'autobus, è appena passato. e allora basta, attraverso la strada e portiamo a termine anche queste commissioni. e dopo ciao tesoro, si ti preparo subito tutto, eccomi, come dici, no anche questi hanno rifiutato la tua proposta, però se vuoi andare direttamente forse. tac. tac. tac. certo, domani provo da altre parti.
Scritto da RedPill il 17.12.05 :: (0) commenti
Erasmus: gioie e dolori ::
Il momento peggiore di quest'esperienza, inesorabile, sta arrivando...
Entro il 20 di dicembre tutti gli studenti Erasmus se ne tornano a casa e non si può non provare un senso di tristezza infinita. saluti persono con cui in 3/4 mesi hai condiviso davvero tanto: dalla gita al museo alla festa il sabato sera. Loro ti hanno arricchito tanto, dandoti la possibilità di imparare qualcosa di nuovo e ora ti trovi al capolinea. è arrivato il momento di dirsi arrivederci, solo perchè dirsi addio farebbe troppo male. cerchi di nascondere la tristezza dietro la promessa di rivedersi in Italia, in Spagna, in Germania; anche se sai che sarà difficile adesso l'unica cosa che ti fa rimanere in piedi è crederci, crederci fermamente, e chissà che non sia possibile...
Arrivederci a tutti, è stato bello conoscervi...
Scritto da Daria il 11.12.05 :: (0) commenti
Al rogo! Al rogo! ::
Insomma, pare che noi studenti di Comunicazione in questo paese non siamo proprio presi sul serio.
Da nessuno.
Apprendo da Tell-a-vision che questa tale Linda Lanzillotta vorrebbe istituire un numero chiuso e una sovrattassa fiscale sulle facoltà di comunicazione, a suo dire troppo frequentate a discapito di quelle scientifiche e tecniche.
Vediamo cosa dice nel dettaglio:
L?Italia non tornerà a crescere se non avvierà una fase di investimenti nella ricerca e se non lancerà un grande processo di trasferimento tecnologico nelle imprese, nei servizi, nelle amministrazioni. Per fare questo servono giovani diplomati e laureati in discipline tecniche e scientifiche.
Signora Lanzillotta. Sono d'accordo con lei. Sa qual è il problema? Che i nostri diplomati in discipline tecniche e scientifiche fuggono all'estero, perché in Italia non vanno da nessuna parte. Non è che non ce ne siano di laureati. È che appena prendono la laurea vanno in posti migliori.
E invece queste facoltà restano deserte mentre scoppiano quelle di comunicazione che sforneranno aspiranti giornalisti disoccupati o pletore di addetti alla comunicazione. Bisogna scoraggiare questa assurda tendenza e orientare i ragazzi verso studi forse più impegnativi, ma sicuramente più produttivi.
Studi più produttivi?
Signora Lanzillotta, delle due l'una. O per lei esiste una cultura di serie A, e una di serie B, oppure le facoltà di comunicazione non preparano a dovere i loro allievi. Nel qual caso, non sarebbe meglio cercare di migliorarne la qualità? Signora Lanzillotta, ma si rende conto dell'infima qualità della comunicazione in Italia? E visto che ha un blog, dovrebbe anche capire l'importanza sempre più rilevante della comunicazione in qualsiasi settore lavorativo.
Perché nella mia facoltà di comunicazione è previsto un corso di cartografia, e non uno di marketing? Non sarebbe il caso di rivedere questi programmi invece di fantasticare su facoltà che scoppiano?
Qui a Genova, in tre anni, il numero di candidati ai test d'ingresso si è più che dimezzato.
Un rimedio è il numero programmato e il disincentivo fiscale alle iscrizioni a questa facoltà con l?imposizione di pesanti sovratasse.

Ferma restando la sua evidente disinformazione (quasi tutte le facoltà di comunicazione in Italia sono a numero chiuso, e così l'aveva concepita il professor Eco, che le ha inventate), mi sembra un ottimo modo di risolvere un problema: il disincentivo, la ghettizzazione.
Complimenti, signora Lanzillotta.
È grazie a persone poco lungimiranti come lei che questo paese non avrà mai futuro.
Scritto da Kurai il 5.12.05 :: (0) commenti
Una lunga e molto rigida ricerca ::
Posto che Ogni cosa illuminata è davvero un bellissimo film, che tratta in maniera leggera un argomento difficile, ma non leggera in senso negativo, ma più nel senso che lo sfiora come la brezza del mattino, ed è dolce, triste e commovente senza essere ipocrita, con una delicatezza che ha gli splendidi occhi di Laryssa Lauret; posto ciò, dicevo, per una volta devo riconoscerlo.
Il doppiaggio italiano è davvero ottimo. La parlata ucraina di Alex è resa perfettamente. Realistica e involontariamente comica, senza mai scadere nel caricaturale.
Bravi davvero. Doppiassero tutti i film così, quasi potrei cambiare idea.
Scritto da Kurai il 2.12.05 :: (3) commenti
Pover Point ::
Oggi sono andato a vedere la giornata di tesi nella mia università. Dopotutto, avvicinandosi il momento fatidico anche per me, è bene iniziare a capire come funziona la cosa.
A parte la delusione nel vedere gli argomenti relegati a presentazioni di dieci-quindici minuti, ho cercato di studiare le modalità di comunicazione dei miei colleghi, chiamati ad esporre i loro lavori attraverso la classica presentazione in Powerpoint.

Ora, molti degli errori tipici di chi usa il popolare software o i suoi epigoni sono stati fatti notare, meglio di quanto possa fare io, da altri. Per esempio nell'ultimo numero della rivista Monthly Vision, oppure qui.

C'è però qualcosa che esula dal punto di vista strettamente tecnico, e che secondo me è ancora più fastidioso di una slide malfatta.
E cioè che, durante una relazione supportata da Powerpoint, il linguaggio diventa schiavo dell'estrema schematizzazione operata dallo slideshow. Si spezzetta, assume pause innaturali, diventa freddo e scialbo.

Questo è segno di un discorso preparato sulle slides. Credo invece che sia necessario proprio il contrario, e cioè creare la presentazione partendo dal discorso, ed evidenziandone, tramite le diapositive, i punti fondamentali. Nel processo di presentazione, parlato e slideshow dovrebbero così procedere in parallelo, senza pause innaturali; le diapositive assumerebbero così il ruolo per cui sono state create, cioè quello di "aggancio" mentale al punto che si sta trattando. L'unico punto di convergenza tra parlato e slide si dovrebbe avere in occasione di immagini o grafici, momento nel quale il relatore dovrà spiegare quello che gli spettatori vedono.

Bisogna quindi, secondo me, passare da un discorso schematico corredato da diapositive con molto testo, all'esatto contrario: diapositive schematiche e discorso articolato. L'esempio da prendere è il solito Steve Jobs. Trovo che il suo modo di presentare sia particolarmente affascinante da studiare. Fateci caso, per quanto possano essere spettacolari le sue slides, quello che comanda è sempre il discorso: efficace, comunicativo e ben studiato. Jobs presenta con le diapositive, non sulle diapositive. E funziona.
Scritto da Kurai il 29.11.05 :: (0) commenti
Self righteous suicide ::
Vedete, c'è una cosa che Lord Of War non vi farà fare: Lord Of War non vi farà aprire l'armadio, prendere la vostra coppia di Colt 1911 giocattolo, le vostre improvvisate fondine, le vostre finte granate HE da 40mm o i vostri caricatori giocattolo da 5.56mm della Colt, per non parlare della vostra autocostruita, in plastica e cartone, M-249 SAW e non ve li farà gettare via. Non vi farà nemmeno pentire minimamente di apprezzare un personaggio Marvel come The Punisher, lui che con le armi ci va a nozze, nè vi farà rammaricare che il vostro genere di videogiochi preferito sia lo sparatutto.

No, nulla di tutto ciò.
Lord Of War è un film terribilmente vero, nella sua romanzata realtà, da trasmettervi il messaggio più semplice ma forte che ci sia con una semplicità e limpidezza disarmanti: non cambierà nulla, indipendentemente da qualunque cosa, in realtà, cambi.

Quello che dovete aspettarvi dal film di Andrew Niccol è una storia amara, cattiva nella sua terribile quotidianità, una storia di piombo, armi, soldi e famiglia che sin da subito chiarisce un concetto: niente lì dentro è buono, non vi è nulla di incoraggiante e non è nemmeno l'obiettivo di questa pellicola farci pensare ad un mondo migliore.
Semplicemente Lord Of War sbatte lo spettatore davanti alla finestra sul cortile interno del nostro pianeta, quello che noi occidentali preferiamo non guardare quando abbiamo tranquillamente le nostre vetrate dal panorama mozzafiato: quel cortile, affamato, impoverito, schiacciato, dove sangue richiama sangue, dove, come accadeva migliaia di anni fa, nessun giorno inzia senza il suo rigoroso tributo di sangue, sangue che macchia ogni cosa il "nostro", anzi, doppiamente nostro Yuri Orlov tocchi.

Lord Of War ha la sola nota ottimista nell'indiscutibile fascino di Jared Leto, fascino destinato a durare ben poco, in fondo, ma che per il resto è tinto dal colore preferito, per sua ammissione, di Yuri: il grigio.
Il grigio di chi non può e non sa schierarsi, il grigio del confine tra legale e illegale, il grigio dell'ipocrisia di una Nazione e di un intero stile di vita.
Se registicamente e soprattutto come montaggio Lord Of War inciampa più di una volta credo invece il suo messaggio, la sua storia, restino sul groppone dello spettatore in maniera molto più indissolubile di quanto una scena troppo corta o una sequenza troppo lunga facciano.

Questo film non è destinato agli ottimisti, un pò come me. Questo film forse è destinato agli illusi, ai sognatori noglobal di un mondo senza violenza, senza armi. Questo film è dedicato al nostro stile di vita, al nostro mondo: un mondo dove produrre nuovi fucili automatici costa infinitamente meno che ritirare quelli usati dai teatri di guerra. Un film che sin dai titoli di testa, meravigliosi, ci strappa ogni benché minima illusione.

Concludo con una piccola nota che mi ha fatto ulteriormente rabbrividire: in una scena Yuri visita "l'emporio" di un generale dell'ormai Ex Unione Sovietica dove passa in rassegna una fila interminabile di carri armati sovietici, dei T-80. Il numero di questi veicoli è impressionante e ancor più impressionante, e crudele, forse, è il fatto che nulla di fittizio è stato usato per quella sequenza: quel centinaio di veicoli sono stati approntati in fretta e furia da un reale trafficante di armi Ceco che, dopo le riprese, li ha immediatamente trasferiti al suo cliente: erano stati già venduti. Tutti.

Scritto da ScraT il 25.11.05 :: (0) commenti
Sedani qua, sedani là ::
Allora, avete scelto l'inizio che più vi piace tra questi?
Come no? Ma state scherzando? Spicciatevi che qua mica si aspetta voi e la vostra lentezza. E non dite -si, domani.. Prendete carta e penna e scioglietevi il polso così imparate ad usare così tanto la tastiera. Su, su. Leggete gli inizi. Fatevi chiamare da quello che vi desidera di più e scrivete. Facile, no?

E se avete già scritto allora guardate il blog di Sedani e divertitevi a scoprire come un inizio non ha una sola fine.
Grazie ancora ad Alice e a tutta l'organizzazione di Sedani...
E voi leggete, leggete e scrivete, che magari troverete qualcosa nato da queste parti.
Scritto da RedPill il 21.11.05 :: (1) commenti
Blog Marketing ::
Numerosi blog stanno segnalando il caso di Giuseppe Meyer.
Giuseppe si è rivolto alla ditta Ediprint richiedendo una stampa di biglietti da visita con determinate caratteristiche. Quello che ha ricevuto non rispondeva agli accordi, e così Giuseppe ne ha scritto sul blog, un post assolutamente tranquillo e diplomatico (che trovate qui).
Orbene, questa ditta che fa? Minaccia di denunciarlo per diffamazione. Giuseppe per il quieto vivere toglie i riferimenti alla tipografia, e spiega l'accaduto con un secondo post.
Peccato che, evidenzia Gaspar Torriero, la cache di Google è ancora lì, e dice tutto.
Ma non solo. Altri blogger iniziano a scrivere e a sostenere Giuseppe. Che farà ora la Ediprint? Denuncerà tutti i blogger per una diffamazione che non esiste?

Gli imprenditori italiani trovano così difficile capire che il marketing più funzionale è offrire al cliente un prodotto che lo soddisfi? Evidentemente sì.
Scritto da Kurai il 20.11.05 :: (0) commenti
The roof is on fire. ::
Lightscribe è una tecnologia che permette di incidere un disegno direttamente su di un cd in fase di masterizzazione.
In tempi non sospetti, la ditta che ha inventato questo sistema se ne è uscita con una pubblicità che, alla luce dei fatti di Parigi, è quantomeno inquietante. Eccola.

burn!


La pubblicità gioca sul verbo "to burn", che in inglese significa bruciare, ma è usato in gergo per indicare la masterizzazione di un CD. Che dire? Fossi in loro farei subito un bel passo indietro...
Scritto da Kurai il 17.11.05 :: (0) commenti
Crash - impatto fisico ::
Succede che tenti per giorni di scrivere due righe su un film che hai visto ma, pur avendo ben chiare le tue idee, non riesci e formulare una frase i senso compiuto a proposito. Contemporaneamente, succede che un giovane uomo dica tutto quello che volevi scrivere e anche meglio.

Quindi andate a leggere lui, non restate qui. Io potrei solo aggiungere che Crash ha molti punti in comune con Million Dollar Baby e, proprio la stessa mano nella sceneggiatura, è la sua colpa e il suo pregio. In Crash abbiamo l'americanità nella sua forma più complessa di identità-alterità, per cui talvolta ci si chiede se davvero Haggis ci creda oppure no. Il razzismo in Crash non è strisciante e silenzioso, ma urlato e pieno d'odio. E gli attori, seppur bravissimi, sembrano, con i loro nomi famosi, voler garantire una certa visione americana.

Il grido, scandito dai silenzi, resta nella testa ben oltre il grande schermo.
Scritto da RedPill il 17.11.05 :: (3) commenti
Riflessioni su Lost ::
Perchè proprio di questo show?
Il fatto è che Lost è una serie che, al di là di ciò che se ne può pensare, mostra un altissimo livello di innovazione, e forse può servire da cartina al tornasole per capire dove andranno, nei prossimi anni, gli sforzi di sceneggiatori e registi.

La base della serie è chiaramente mutuata dal meccanismo dei reality show. Un pugno di personaggi in una situazione critica, e la conseguente osservazione della nascita e dello sviiluppo di dinamiche sociali di cooperazione e conflitto. Si tratta esattamente dell'obiettivo che un reality di buona fattura (e non i biechi riciclacelebrity che ci vengono propinati) dovrebbe prefiggersi.

Però in Lost c'è di più. Ovvio, altrimenti la serie sarebbe morta nel giro di due settimane. Gli sceneggiatori hanno inserito un mistero che si dipana lentamente. Nell'isola esiste qualcos'altro che ostacola la già dura vita dei naufraghi. Senza scendere negli spoiler, è qui che interviene il colpo di genio.
Da subito lo spettatore è costretto a farsi delle domande: cosa succede nell'isola? C'è qualcun altro oltre ai personaggi che conosciamo? Perché a volte accadono fenomeni apparentemente inspiegabili? Ma c'è di più.
In uno show classico, come ad esempio X-Files, o Twin Peaks, tutto (o quasi) è affidato al regista. Che attraverso il montaggio e la sequenza degli eventi guida lo svolgersi della storia, incuriosendo lo spettatore, ma senza, alla fine, chiamarlo a recitare un ruolo attivo nel dialogo che instaura. Può farsi tutte le domande che vuole, lo spettatore, ma il regista dice tutto quello che mette in scena. Nè più, nè meno.

Lost è in qualche misura differente.

Regista e sceneggiatori mettono in piedi il solito dialogo, solleticano la curiosità del pubblico, ma fanno un passo avanti. Gli danno una, seppur minima, possibilità di interagire. Sicuramente J.J. Abrams e il suo staff conoscono bene la rete, e hanno giocato moltissimi videogiochi della generazione post-playstation, perché hanno saputo inserire in Lost tutta una serie di informazioni non raggiungibili in modo convenzionale.

Ulteriori indizi su cosa stia accadendo nell'isola sono disseminati un po' ovunque: su internet, attraverso alcuni siti ufficiali, ma soprattutto nella serie, accessibili scorrendo determinate scene fotogramma per fotogramma, o registrando alcuni brani di parlato e ascoltandolo alla rovescia. Lo spettatore qui è incoraggiato a investigare, a partecipare pur sapendo perfettamente che mai potrà scoprire più di quanto abbiano deciso i creatori del mondo. Un'interattività limitata simile a quella di certi videogames, che fa della fiction un'esperienza molto più coinvolgente del solito.

Questo ha due importantissime funzioni ai fini del marketing. La prima è evidente: Lost così funziona di più e diventa più appetibile. La seconda, invece, è un po' più ingegnosa. E fa leva sulla creazione di una community e sul viral marketing che ne deriva: anche se gli indizi sono fasulli, e permettono di capire poco più di quanto tutti sanno, la sola loro presenza innesca un passaparola continuo e serrato, e la nascita di forum e community varie dedicate allo show. Che viene pubblicizzato e guadagna sempre più aficionados.
Scritto da Kurai il 15.11.05 :: (0) commenti
Le quattro stagioni del Terremoto - .2 ::
Nel cinema la data natalizia è fondamentale per l'uscita di nuovi titoli, così come quella estiva. E' il carine, il punto focale dove produttori e registi immagino gente seduta in tiepidi Café a sorseggiare cioccolata calda tra una spesa per i regali e l'altra, mentre fuori soffice scende la neve e nel loro cervellino cresce la voglia di sedersi in una calda sala cinematografica.
Vale lo stesso nei videogiochi, vale forse ancor di più: se il marmocchio non ha sotto l'albero il tuo nuovo videogame non hai venduto. In realtà, quando il 9 Dicembre del 1997 Quake 2 venne sfornato dalla premiata pasticceria Id Software il momento era propizio per un cambiamento, una metamorfosi lenta innestata da Sony e dalla sua Playstation da quasi due anni che avrebbe, ben presto, radicalmente spostato il focus attravero il quale osservare la figura del videogiocatore.
Il momento era propizio e Quake 2 si lanciò sul mondo degli hardcore gamers con la potenza del pluripremiato nome che si trascinava dietro. Un logo nuovo, basato sulla "Q" stilizzata del precedente episodio, campeggiava nel suo verdeacqua dagli scaffali dei negozi specializzati.

Viuuuuulenza.

Lo Splipgate, il teletrasporto che ci aveva introdotti al vero e proprio danno planetario del precedente Capitolo, è storia vecchia. Così vecchia che ora, a fare il mazzo interplanetariamente ci si va di persona a bordo di navi grosse, potenti e cattive come nei migliori incubi della serie "Alien". E non è forse un caso che un mesetto prima dell'uscita di Quake II a far capolino dai botteghini del Grande Schermo vi fosse un certo "Starship Troopers"...
Infatti di lì a poco, grazie a filmati introduttivi per l'epoca sicuramente d'effetto, ci imbattiamo nei panni di un Marine Spaziale Terrestre, spedito direttamente nella tana degli Strogg, una evoluta razza aliena, assieme al resto del plotone. Dopo che i lanci, secoli dopo lo scattering della Compagnia 101 in Normandia, delle navette da sbarco finiscono sparpagliati in giro per un continente, o quasi, siamo costretti a ritrovare una via di ritorno attraverso le linee, e soprattutto le installazioni, nemiche. Anche questa volta Mamma Id fa le cose semplici, non mette ghirigori "inutili": i buoni sono gli umani, i bastardi sono gli Strogg. Fine.
Ah, non temete: davanti alla vostra arma non avrete che Strogg alquanto "inferociti", il che riduce ulteriormente il pericolo di una trama evoluta...

La struttura del gioco.

E' necessario chiarire una cosa: Quake 2 non c'entra nulla con Quake.
So che sembra strano, ma al di là della definizione di "sparatutto" la Id ha saputo davvero innovare il genere. Certo, l'impatto non sarà mai stato possibile quanto avventuo col precedente capitolo, ma sicuramente si ricordano molti più giochi che hanno attinto da Quake 2 di quanti non abbiano fatto col capitolo precedente.
Nonostante l'uscita del gioco risalga a soltanto un anno, o quasi, dopo, i cambiamenti sostanziali sono molti. Intanto la velocità: Quake 2 è un gioco frenetico, che parte in modo frenetico poiché non siamo, stavolta, parte di una controffensiva: questa volta giochiamo in attacco e, per di più, siamo precipitati nel bel mezzo di un gran casino, con tanto di navicelle che ancora sfrecciano sopra il nostro naso e l'artiglieria che risuona nell'atmosfera rossastra del pianeta Strogg.
Se guardiamo indietro, tra Quake 2 e Quake, il rapporto è come guardare Quake e il primo DooM: sembrano passati interi anni. Eppure in un solo anno nuove, timide migliorie si muovono alla luce del nuovo e potente motore grafico: i nemici, almeno quelli più basilari, reagiscono anche in punto di morte, tentanto un ultimo disperato attacco; le texture dei nemici, diciamo la "pelle", dopo un tot di colpi compariva danneggiata e macchiata di sangue, così come accanto ai classici power-up (grande ritorno per il Quad-Damage, il danno quadruplicato) comparivano accessori più "tecnici" come un inutile silenziatore, l'Adrenaline, le granate da lanciarsi a mano o i respiratori subacquei e le tute anti-radiazioni. In più, dato che stavolta siamo un "grunt" tra tanti e rispondiamo agli ordini di un comando militare, abbiamo con noi una pratica "agendina elettronica" da cui attingere gli obiettivi di missione (di volta in volta piccole "quest" o "missioni" per le varie sezioni di gioco) e i nostri progressi.
Insomma, c'è abbastanza nuova carne al fuoco, carne decisamente fresca. Eppure, dietro a tutto ciò, dietro alla nuova prospettiva centrale che pone finalmente l'arma, e il braccio, del nostro protagonista nella giusta posizione rispetto ai nostri occhi, si cela il solito meccanismo per i più affezionati: spara, raccogli munizioni, prendi chiave, apri porta. Ah sì, con in aggiunta la possibilità di fare comodi "quick save", ossia rapidi salvataggi, durante la partita.
L'ho già detto che Quake 2 è incentrato su una maggiore rapidità di gioco?

Se non pesano non li vogliamo.

E' vero, il motore grafico di Quake era molto scalabile ma, a dirla tutta, scalarlo significava anche renderlo davvero, ma davvero inguardabile. E questa è una delle caratteristiche Id per eccellenza: il peso dei suoi motori grafici.
Ora, Quake era nato "vergine" di un elemento che nascerà di lì a poco: la 3DFX e l'OpenGL. Quake 2, al contrario, nasce nel maledetto fiorire di quest'esplosione che, accompagnata al repentino e incontrollato aggiornarsi quasi mensile dei clock dei processori, rendevano obsoleto un computer in meno di un anno.
Quake 2 pesava come un macigno, richiedeva le costosissime schede 3D per godere appieno della sua completezza grafica e solo pochi eletti, da subito, poterono permettersi il lusso di far partire a grafica elevatissima questo giochillo.
Per carità: il motore di Quake 2 sarà poi comprato, adattato, riutilizzato per ancora anni a venire (e di nuovo l'incombente ombra di Half-Life si ripresenta su di noi) e difatti la qualità di luci, forme e ancora una volta architetture sarà una vera festa per gli occhi. Effetti di acqua e animazioni dei modelli 3D erano quanto di meglio ci si potesse attendere in quel periodo di boom.
Barili che esplodono, nemici che armano le loro armi se colti alla sprovvista, mosche che svolazzano sopra ai resti di chi si è parato davanti a noi... Una cosa era certa: quel motore prometteva grosse evoluzioni, in futuro, e difatti non tarderanno a manifestarsi.

See Ya, H.P.
Bene bene, l'impatto era stato dato in maniera massiccia e qualcuno, alla Id, doveva aver chiesto una bella sterzata alla barra. Abbandonate difatti le atmosfere gothicheggianti del precedente gioco, la Id sceglie per Quake 2 un design più industriale, meccanico, alla "Total Recall", per capirci: le installazioni militari sono caratterizzate da computer, spariscono i simboli satanicheggianti, i nemici non sono più cavalieri e ogri ma Strogg cadaverici con impianti cibernetici avanzati (Borg, anyone?) e dal grilletto molto facile. Il cielo quasi marziano, i caccia nemici e amici che incrociano nei cieli e poi il metallo, opprimente, onnipresente, assieme agli stendardi fascistoidi proiettavano con due semplici frizzi e lazzi il giocatore in una dimensione ben precisa di gioco, un percorso che si snodava attraverso "il peggio" che il nemico potesse offrire. O quasi, e poi capiremo perché.
I mostri sono il primo passo verso una caratterizzazione che la Id non abbandonerà più: mezzi robot, mezzi cadavere arricchiti da tubi, armi innestate direttamente sugli arti o al posto degli stessi... Gli Strogg sono terribili sperimentatori che trasformano i corpi dei prigionieri nemici in armi contro gli stessi. Insomma, in tutto l'universo abbiamo stanato proprio i più stronzi.

Tuto Intorno atee.

Non ricordo e non mi interessa sapere se l'allora OmniTel aveva già ingaggiato la mascellona del Pacifico per i suoi spot. Sta di fatto che, comunque, l'attuale slogan sarebbe ben valso anche per il sonoro di Quake 2: un sonoro avvolgente, completo, arricchito da rumori di sottofondo ben studiati e implementati a dovere dalle ancora allora zoppicanti schede audio surround sound. Se raramente un nemico ci coglieva alle spalle avremmo potuto sentirlo arrivare alle nostre spalle, così come i suoni di esplosioni e altrettanti scoppi che ci lasciavamo da parte. Certo, a volte il tutto poteva sembrare impastato, o ripetitivo, ma in fondo erano i primi, sicuri passi in una tecnologia decisamente innovativa e, sicuramente, di forte coinvolgimento.

Scritto da ScraT il 15.11.05 :: (3) commenti
Nike o fake? ::
Siamo in un campo da calcio.
Un tizio si avvicina a Ronaldinho, che si sta allenando, e gli porge un paio di orride scarpe Nike, bianche e dorate. Sono contenute in un'ancor più inguardabile valigetta, anch'essa dorata, nemmeno fossero diamanti.
Il calciatore le indossa, si alza, e inizia un'incredibile sequela di palleggi, che comprendono ripetuti tiri sulla traversa di una porta, con conseguente recupero del pallone.
Il giorno dopo, i Tg esultano: nuova impresa di Ronaldinho!
Lo stesso Ronaldinho dichiara che lui, quelle cose, le fa tutti i giorni.
Intanto sulla rete si apre il dibattito. Un video del genere potrebbe essere analizzato dal CICAP, tanto risulta essere paranormale.
Repubblica apre addirittura un sondaggio sulla natura del filmato.

Io credo proprio che i giochi del brasiliano siano pura finzione. La magia della post produzione e della computer grafica. Anche uno come me può riprendersi mentre saltella come un ossesso, e successivamente diventare un campione con la semplice aggiunta di un pallone creato al computer. Non c'è niente di strano, dopotutto. È normale che la pubblicità esageri certe qualità, lo ha sempre fatto. Ed è altrettanto logico che il giocatore si difenda, dato che il filmato è nato per essere definito come reale.

Al contrario di altri film pubblicitari simili, questo è ripreso con una camera a mano, da filmato amatoriale, in un lungo piano sequenza. Il set non è fantascientifico, nè improbabile, ma un normale campo da calcio. Insomma, viene sottolineata la "normalità" del gesto atletico, e contemporaneamente lo si inquadra in un frame di assoluta verità. I dubbi possono venire su un filmato come quello storico della partita contro i demoni di Cantona, mica in questo. Troppo reale per essere vero, troppo vero per essere reale.

E allora come si fa? Niente. Dato che la verità probabilmente non la sapremo mai (a meno che non si scomodi, come detto, il CICAP), vale il teorema di Thomas: Se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze. Prevedo un'orgia di traverse per Ronaldinho.
Scritto da Kurai il 13.11.05 :: (0) commenti
Un giorno allo Slow Fish ::
Sono molto soddisfatta da Slow Fish 2005.
Partiamo dall'inizio.

-La Grafica
Trovo i manifesti accattivanti, immediati e facili da individuare. In poche parole si esauriscono tutte le informazioni più importanti: cosa? (salone del pesce sostenibile) quando? (11-13 novembre 2005) dove? (Fiera di Genova).



-L'Allestimento
Entrando in Fiera, si segue una lunga passerella di tappeto blu molto morbido (in realtà possibile causa di distorsioni alle caviglie per chi porta i tacchi) che accompagna il flusso dei visitatori verso l'entrata del padiglione. All'interno lo spazio è ben organizzato in piccoli stand suddivisi per regione.
Tutto il perimetro interno del padiglione è circondato da alti pannelli bianchi o blu che riportano informazioni sulla manifestazioni o semplicemente il logo.
All'entrata lo stand delle informazioni è centrale e di forma circolare: non si perde tempo per raggiungere la mappa degli stand o per porre domande alle addette.




-Le Sale
La prima sala accoglie una sezione dedicata a percorsi del gusto, guidati da chef da tutta Italia (10 euro), e molti stand internazionali. Si passa dal pregiatissimo salmone irlandese (100 euro al kilo), ad astici norvegesi fino a onigiri (polpettine di riso) giapponesi a 2 euro cadauna. Al centro si trovano piccole installazioni di carattere locale, tradizionale e marinaresco.
La seconda sala, al primo piano, è prettamente italiana e offre assaggi selle sue specialità, talvolta gratuitamente, talvolta per 1-2 euro a piattino. Si possono così apprezzare le alici di menaica che (mi dispiace ma) superano di gran lunga le acciughe di Monterosso.



La visita prosegue verso sinistra in cui le realtà locali hanno spazio per presentare altri prodotti non necessariamente legati al pesce, come i paté, le olive, i vini. Proseguendo si trovano i punti di ristoro che partono da uno stand ligure sfizioso e a buon mercato (3 euro minimo per un piatto di trofie carciofi gamberi e zucchini, ad esempio), passando per un ristorante norvegese a 15 euro fino ad un buffet a prezzo fisso di 20 euro. È presente anche la sezione enoteca, dedicata al vino, che per 3 euro vendeva una piccola tracolla di stoffa SlowFood in modo da portarsi dietro il bicchiere per la degustazione.
Per finire, al piano inferiore si trova il mercato ittico in cui è possibile acquistare il pesce, scoprire come riconoscere la freschezza e come pulire i pesci. In un frigo apposito (il guardaroba del pesce) si possono lasciare i propri acquisti per tutto il tempo della visita.




Alla fine un'ottima manifestazione che sicuramente può crescere ed espandersi, ma che offre già quello che promette.

Slow Fish - sito ufficiale
Scritto da RedPill il 13.11.05 :: (0) commenti