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Allegoria decadente ::
Decenni di battaglie, tutte quante iniziate sempre allo stesso modo: quella stretta di mano, quella falsa diplomazia in cui nessuno avrebbe mai creduto. Puntualmente, difatti, la tregua crollava e gli schieramenti si trovavano ancora faccia a faccia, grugno dopo grugno a muso sempre più duro.
Non si tornava mai indietro da situazioni come quelle: ogni benedetta volta potevi voltarti e scrutare tra le compagini allineate, ritrovando sempre gli stessi sguardi: alcuni troppo anziani ma incapaci di tirarsi indietro, altri troppo giovani per uscire dall'ombra di chi li precedeva: troppo giovani per rendersi davvero conto di quel che stava accadendo da molto tempo ormai. Ritrovavi chi si dipingeva il volto con i colori rituali, sempre quelli, come scaramantica professione di fede e vedevi sempre le stesse aste stagliarsi contro le luci, così artificiali, che inondavano aguzze la notte delle tue lande; o ancora gli stendardi e le grida minacciose battute su di un tempo tribale, elementare. Gli occhi negli occhi, a decine e decine di metri di distanza, lontani: uno spettacolo simile al tuo ma cromaticamente differente attendeva dentro l'orizzonte artefatto della collina. Si attendeva frementi, come sempre, finchè i paladini non calcavano il terreno sacrale, pronti a guidarci nell'impresa. In fondo c'era stato un tempo in cui eravamo davvero qualcosa per loro, in cui sentivamo i nostri polmoni ruggire assieme ai loro, i nostri cuori palpitare rutilanti mentre il galoppo aumentava all'avvicinarsi pressante del nemico. Un tempo lontano in cui il loro dolore era sincero e lo sentivamo lancinante nelle nostre gambe, nei nostri arti: eravamo qualcosa, anzi, qualcuno di inseparabile. Ma gli dèi cambiarono sinuosi, e i giochi di potere nelle eteree distese aumentarono il controllo di costoro verso i nostri stessi eroi. I soldati divennero mercenari capaci solo di cambiar casacca, generalmente quella sui cui colori si rifletteva più oro e denaro possibile. Li trovavamo ad affrontarci, anzi, ad ignorarci ancora una volta vestendo le speranze e i sogni di chi un tempo lanciava verso di loro imprecazioni e malefici. Cambiarono i tempi così in fretta... E le carni dei nostri condottieri si fecero plastiche, fredde, distaccate, massiccie ed al cotempo effeminate: cresceva in loro il narcisismo e la voluttuosità dei piaceri a cui poterono assurgere li portò a coltivare culti per la loro stessa persona con una grettezza smisurata. Finsero sorrisi, abbozzarono di volta in volta parole di conforto o di incoraggiamento, simularono dolori che soltanto noi, ormai, riuscivamo ancora a percepire pallidamente. Si definirono ben presto eroi proprio quando Eroi non lo erano più: divennero simulacri, automi senza morale alcuna che ripetevano riti sempiterni nel nome di divinità spregevoli: di queste ultime risaltavano i marchi, gli emblemi sempre più marcati, sempre più legati ai visi e alle gesta che un tempo sapevamo essere vivi. Sì, eppure io sono ancora qui, oggi: ancora qui mentre osservo ciò che si ripete spento davanti ai miei occhi. Quella battaglia a cui partecipiamo si svuota della sua gloria mentre si fa soltanto un viziato straziare di carni, troppo spesso inteso fuor di metafora. Ho ancora quei visi attorno a me, ogni volta la situazione è al contempo uguale e differente; tuttavia, se è pur vero che esiste sempre una passione ad accomunarci, è al tempo stesso innegabile che qualcosa, meglio, qualcuno su questa passione stia lucrando e stia manipolando i più giovani di noi. Io no, ormai, io sono della vecchia e gloriosa guardia: io sono sempre qui, di domenica in domenica, di partita in partita; ancora qui a guardare quegli undici "paladini" forse più per nostalgia che per vero trasporto emotivo. Mi fa molta pena cioè che oggi il calcio non è più: non è più sport, non è più passione, non è più realmente umano. E' soltanto gelo disarmante.
Scritto da ScraT il 13.4.05 ::
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