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I tesori dei Wermann ::
Ai margini di un piccolo villaggio di contadini, fattori e taglialegna sorgeva la dimora dei Wermann. Il minuscolo crogiuolo di anime, non più che una manciata di centinaia di abitanti, sopravviveva nelle vicinanze dell'immensa e secolare Foresta Nera, per molti ancora fonte di lavoro e sussistenza. La villa, invece, aveva frapposto tra sé e l'oceano verde il villaggio, che dominava da una morbida collina. L'erba era scura, di un verde spento, e gli arbusti che la costellavano crescevano spontanei apparendo secchi e fragili.
Le case del villaggio nebbioso erano perlopiù basse, di semplice fattura e dai muri antichi, sbrecciate in molti punti e frequentemente lasciate all'incedere del tempo; anche i tetti delle abitazioni erano spenti e spesso aggiustati alla meglio che si poteva: con legname nodoso o paglia avizzita. Tuttavia la villa no. La dimora dei Wermann dominava col peso della sua ombra quei luoghi apparentemente tristi, scrutava l'orizzonte d'inchiostro della foresta attraverso sei finestre, sempre chiuse dall'interno. Di rado la gente del paesello saliva la china della collina e con fare ansimante bussava ai lucidi battenti del portone; eppure capitava che accadesse e chi vi si recava veniva accolto con gentilezza e buona ospitalità. Una tazza di thé aromatico non era mai negata, anche ai più umili pastori che magari azzardavano la richiesta di qualche prestito. Le casse dei Wermann erano cariche d'oro, così come il loro animo: non si ricordano persone tornate a mani vuote dopo aver chiesto un piccolo aiuto. Ma non erano molti quelli che salivano alla collina. Col calare del sole il paesino diventava insicuro: molti i furti, altrettante le rapine e i borseggi tra i vicoli ricolmi di notte. I viandanti si rinchiudevano nelle locande, i vagabondi si rintanavano in qualche anfratto scuro stringendo a sé i pochi spiccoioli raccimolati durante il giorno. Sembrava quasi che nessuno pensasse ai Wermann in questi casi e ci si scannava per poche monete quando invece si sarebbe potuto chiedere carità alla famiglia della collina, sempre così disponibile e generosa, mai debole in carità. Il fatto era che i Wermann facevano paura, incutevano mistero, gettavano un velo d'angoscia su chi parlava di loro, anche fosse ebbro di vino al tavolo sbrecciato di un'osteria: si diceva che fossero afflitti da terribili maledizioni e che la figlia sapesse scatenare il malocchio. La madre, santa donna, avrebbe inoltre condotto una vita incestuosa e non lontana dai piaceri più sfrenati, mentre il consorte, l'austero padrone di casa, avrebbe come unico scopo l'accumulare oro e preziosi nei forzieri di famiglia. Eppure i nobili delle contee vicine spesso si recavano in visita alla villa, nelle grandi ricorrenze: una luce spettrale gialla illuminava attraverso i finestroni la vallata e le danze, gli schiamazzi, risuonavano di foglia in foglia sino alla foresta minacciosa. Raramente tornavano gli stessi invitati, di rado erano le stesse persone a fare visita alla villa: il duca non era mai lo stesso, la sua sposa sempre diversa. Conti, i loro paggi, le dame... Non erano mai due volte uguali, pur portando le stesse cariche onorifiche dei predecessori. E poi si accennò allo specchio. L'unico a parlarne fu un vagabondo, un senzatetto che davanti ad un freddo boccale di scura si professò essere stato sacerdote, in un tempo lontano, nonchè precettore della piccola Wermann. Parlò a lungo, tutta la notte, di uno specchio enorme, più alto di un Ussaro a cavallo, nero come l'alabastro appena lucidato. Ciò che vi si rifletteva generalmente appariva fioco, smorto, e il padrone della villa ordinò che fosse fatta oscurità per tutte le ore del giorno in quel salone. Da chi lo avesse ottenuto, in uno dei suoi frequenti viaggi, non vi fu mai modo di scoprirlo. La personalità del facoltoso uomo cambiò rapidamente, trascinando con sè anche la sua sposa e il sangue del suo sangue: passava interi pomeriggi di fronte a quell'oggetto vasto e silenzioso; iniziò anche a bestemmiare, si fece iracondo persino contro il benevolo sacerdote. La moglie sinuosamente cominciò a preferire i piaceri della carne al febbrile lavoro a maglia, la figlia pare ottenne accesso a occulte conoscenze di cui il vagabondo non si azzardò nemmeno ad accennare. Eppure continuavano ad essere disponibili con tutti, e la loro facciata persisteva perlacea agli occhi dei viandanti e di chi chiedeva loro un misero obolo per passare al caldo la nottata in una locanda del paese. Lo specchio li assorbiva, li desiderava, sembrava nutrirsi di loro come una cancrena: le feste non divennero mai più frequenti, tuttavia aumentarono in sfarzo e sregolatezza, fino a perdere ogni morale alcuna. Il viandante, terminando tremante l'ultimo sorso di birra, parlò infine di come queste celebrazioni nefaste si concludessero: al posarsi degli strumenti dell'orchestrina, il padrone di casa, elargendo un ampio sorriso di soddisfazione, invitava i suoi commensali a seguirlo e ammirare l'ultimo acquisto compiuto presso qualche eccentrico collezionista orientale; al lume di un candelabro mangiato dagli anni il gruppo di nobili veniva condotto davanti allo specchio: rimanevano come estasiati e si compiacevano per l'ottima fattura dell'oggetto. Eppure le loro menti ben presto venivano come aggredite da artigli e unghie feline, i loro cuori sembravano torcersi sotto la stretta di qualche perfido rettile: gli invitati si agitavano, iniziavano a proferire spaventose omelie in lingue morte da chissà quanti secoli, mentre una voce vecchia di millenni si impadroniva delle loro gole. Chi era nelle altre stanze della casa, in queste occasioni, vedeva generalmente eventi oltre ogni ragione accadere: gatti dagli occhi dorati guizzavano di stanza in stanza, silenziosi. Capretti bicefali belavano rauchi da qualche ripostiglio dimenticato, serpenti si dimenavano tra le ombre e le lenzuola dei familiari. E sordo, nelle segrete, si spandeva il tintinnare di oro fresco di cònio, oro dannato. Per ogni anima una pioggia di ghinee, per ogni blasfemìa manciate di gemme, per ogni Cuore donato all'oblio forzieri colmi di ricchezze maledette.
Scritto da ScraT il 28.4.05 ::
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