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gennaio 2004
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L'uomo dei gatti ::
L'uomo dei gatti arrivava tutti gli anni, per la fiera di St.Yves.
Percorreva Rue Victor Hugo fino a raggiungere Place Magenta, dove sistemava un piccolo cubo di legno sul quale appoggiava alcuni pupazzi sgualciti. Nessuno sapeva da dove arrivasse esattamente. Semplicemente lo vedevano comparire lungo la strada, come se fuoriuscisse dalla bruma del mattino. Il bianco lattiginoso della nebbia si increspava di chiazze blu oltremare, che poco a poco si ingrossavano, disegnando l'immagine di un uomo avvolto in un pesante mantello di velluto. Portava un cappello a tricorno, anch'esso blu, ornato sui bordi da una pelliccia candida come la neve. Sotto il cappello il viso era altrettanto bianco, come quello di un fantasma. Il suo pallore risaltava ancora di più incorniciato dal nero dei due gatti appollaiati sulla sua spalla. Mentre si avvicinava alla piazza gli occhi gialli degli animali saettavano curiosi come lampi in una notte d'inverno. Di tanto in tanto il nero perfetto e uniforme del loro pelo si lacerava di aguzzi canini bianchi su una gola rossa come sangue vivo. La nebbia iniziava a diradarsi mentre l'uomo prendeva posto al centro della piazza e slacciava il fermaglio argentato del tabarro. Raffigurava una falce di luna sulla quale s'intrecciava un tralcio di vite. La meravigliosa eleganza del suo abito poteva così essere ammirata da tutti. Delicate volute si inerpicavano sul broccato dei pantaloni e della camicia, entrambi bianchi. Se i primi erano interrotti dal lucido nero degli stivali, la seconda era parzialmente coperta dal voluttuoso jabot delicatamente adornato d'un pizzo leggero, e dalla splendida blusa oltremare ricamata di finissimi fili d'oro. Le maniche, a sbuffo, in bianco e blu, terminavano lasciando intravedere il polsino della camicia, e la fila di bottoni dorati che sembravano godere di luce propria era chiusa da gentili asole a trifoglio fatte di corda anch'essa dorata. Le sue mani affusolate erano coperte da splendidi guanti bianchi di raso. Solo i due gatti parevano insensibili ad una tal meraviglia, e attendevano sonnacchiosi l'inizio dello spettacolo. Quando la piazza iniziava a brulicare di curiosi, l'uomo sorrideva gentilmente e dava inizio alla danza. I movimenti delle sue mani erano calmi e misurati, e descrivevano nell'aria volute e misteriosi simboli. L'attenzione dei due animali era subito risvegliata, e i loro occhi si infiammavano e seguivano le mani del padrone. Quando queste si fermavano gentilmente, era giunto il loro turno. Allora, con portamento aristocratico, le code ritte e le teste sollevate, si incamminavano leggeri lungo il braccio dell'uomo, per fermarsi sui palmi delle sue mani. In quel momento la danza riprendeva, e i gatti seguivano i movimenti sollevando le zampe, incrociandosi e scambiandosi di posto. Tutto sembrava far parte di un misterioso e raffinatissimo disegno, che solo l'uomo e i due felini potevano comprendere appieno. Di tanto in tanto qualcuno gettava una moneta nel cesto di fronte al cubo di legno, ed egli faceva cenno di avvicinarsi. Allora uno dei mici si arrampicava sulla mano del padrone e si volgeva ad annusare il gentile avventore, oppure si poggiava per un po' sulla sua spalla, sussurrandogli all'orecchio parole misteriose. Giunta la sera scendeva nuovamente la nebbia. E l'uomo dei gatti scompariva nell'oscuro della notte. Sarebbe ritornato, misterioso come i suoi due compagni di viaggio, l'anno successivo.
Scritto da Kurai il 30.3.05 ::
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Scarto di Vite ::
Si allontanava sempre di corsa da quel luogo. Ogni volta che era costretto ad entrarvi una parte di sé moriva un poco forse perché riviveva momenti lontani o forse perché era nato con quello scopo. Non era sporco e fumoso, non sapeva di morte o di marcio perché era stranamente bianco e fiorito. C'erano i ciliegi e le mimose e di questa stagione trovavi anche piccoli mandarini che cadevano per terra, nelle aiuole.
Anche quando la giornata era opprimente, quell'edificio risplendeva nell'isolato in modo innaturale. Era pieno di vita quel luogo, con tutti quei giardinieri, spazzini e facchini che passavano da una parte all'altra. Arrivavano pacchi, arrivavano persone, arrivavano tutti i giorni alberi nuovi da piantare. Arrivava lui, insieme a molti altri, e portava carrelli pieni di scatole impacchettate per bene. Non usciva mai nulla da quel posto come se lì finisse il corso di ogni cosa. Chi lo incontrava faceva sempre un passo indietro appena incrociava il suo sguardo, forse in segno di rispetto, o per sorpresa perché non tutti quelli come lui si facevano vedere in città. Non capiva come potesse aver fatto quella scelta, tanti anni addietro; sapeva però che non tutti potevano essere come lui e, in parte si sentiva privilegiato. Era il fulcro della società e non era sostituibile, lui questo lo sapeva. Ogni giorno ripuliva il mondo da tutto l'avanzo per matenere l'equilibrio perfetto, niente scarti, niente sovrapproduzione, niente sovrapopolazione. Tutto era giusto, con un inizio ed una fine ben definita, da cui dipendeva il resto. Si occupava di mantenere l'ordine delle cose e questo era un onore ineguagliabile, perché nessuno poteva produrre se non veniva distrutto qualcos'altro e questo lo decideva lui, lui e tanti altri, a seconda del luogo. Il numero delle finestre restava sempre lo stesso, le sedie sempre diverse ma sempre la stessa quantità, gli abitanti erano sempre lo stesso numero, così come le portate in tavola. Non amava ascoltare le richieste di qualcuno perché lo obbligavano a smaltire altre risorse, però a volte era divertente decidere quale bicicletta portare via. Non capiva come la gente potesse andare a chiedergli di avere un figlio, ma allo stesso tempo lui poteva obbligare qualcuno ad averne uno. Tutti per mantenere la somma finale sempre uguale nel tempo senza permettere variazioni che creerebbero crisi immediate. Lui sosteneva l'individualità e il cambiamento, perché era un ottimo sistema per variare, variare la qualità ma non la quantità ovviamente. Così ogni volta che tornava a casa e apriva un frigorifero nuovo con nuovi cibi e nuovi succhi di frutta si sentiva di nuovo bambino e quell'ingenuo moto di sorpresa cancellava ogni precedente istante della giornata. Funzionava così, un ricordo nuovo, al posto di uno vecchio.
Scritto da RedPill il 27.3.05 ::
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Campioni, il sogno! ::
Ricominciare a scrivere per il Chronicle. Un articolo interessante, di pubblico dominio e per di più accattivante. Hai detto niente. Trascorri la tua giornata seduto davanti a un PC, in macchina, sul treno o su un banco di scuola. Dove mai potrai trovare il tempo per "arricchirti" personalmente e trasmettere questo arricchimento agli altri? Alt! Stop! Fermi tutti! Sono sempre seduto davanti al PC, cosa è questo rumore che proviene dalla sala? "Eccoci, siamo in diretta dallo studio Tre di Milano Marittima. Qui con noi c'è l'intera squadra del Cervia, in prima fila c'è il suo allenatore Ciccio Graziani. Un applauso per i suoi ragazzi che ieri hanno sconfitto 2-1 il Montemarietto". Clap, clap, clap. "E ancora ricordiamo che potete scegliere i vostri undici giocatori per l'incontro con il Real Sarchiapone, il modulo, l'arbitro, il cappellino che indosserà Ciccio, il colore delle maglie e i minuti di recupero telefonando all'899.899.144". Clap, clap, clap. Come posso farmi sfuggire un'occasione del genere? Imporre le mie idee alla modica cifra di 12 euro e 80 al minuto iva esclusa. Mi documento. Prima Cervia rappresentava una meta balneare, nemmeno troppo ambita. Dopo aver sentito pronunciarne il nome da, aspettate che leggo nei titoli, ecco, dicevo, sentito il nome da Ilenia, no scusate, Ilaria D'Amico, CERVIA è diventata metafora del Paradiso Terrestre. Partecipare alla trasmissione, che bello sarebbe! Chiamare l'899.899.144 il giovedì e dettare schema e uomini al telefono. E poi scoprire la domenica che quattro tuoi giocatori sono in campo, e pazienza se non stoppano un pallone, corrono veloci quanto mio nonno e non segnano neppure se levi il portiere avversario. SONO IN CAMPO. SONO IN CAMPO. Questo è ciò che conta. "Domenica diciassettesima giornata di campionato. La settimana di allenamento prevede...". Oddio ma mi sono perso già sedici appassionanti domeniche! Ma come ho potuto? Cosa diavolo avrò avuto da fare in questi insulsi quattro mesi per non notare "Campioni, il sogno". Sedici pomeriggi, no mattine, visto che www.calcioneldidietro.it dice che le gare del Cervia si giocano la mattina per evitare la concomitanza con quelle la serie A del pomeriggio. Scelta arguta ed azzecatissima. Sennò te lo immagini San Siro desolatamente vuoto per Inter-Milan, la Favorita di Palermo deserta. Tutti logicamente e appassionatamente seduti davanti alla TV a seguire Cervia - Atletico Abbacchio, Oreficeria Gina - Cervia. Ovvio che la si sposti di mattina, alle 10 e 30, così tutti quanti possiamo mettere la sveglia alle 10 e 20 (la domenica è bello riposarsi) e seguire le novità, capire se siamo stati bravi a individuare la formazione giusta. Ma caspita! Mi sono perso almeno quattro mesi e mezzo, farò una fatica tremenda ad azzeccarci qualcosa! Non posso certo telefonare e dire: "Deve giocare Topolino in porta, perchè Pippo non è bravo nelle uscite e non sa giocare di piede". E se fosse il contrario? Mi sono perso troppe puntate, potrebbe esser così perchè Eta Beta, il preparatore atletico, dedica maggiore attenzione Topolino, che ha 21 anni ed è nel pieno della sua crescita, trascurando il trentasettenne Pippo. Non si trattano così le bandiere, vergogna Eta Beta! Quasi quasi lo vado a scrivere sul forum ufficiale... Sfoglio riviste, accedo a siti internet che mi permettono di consultare i riassunti delle puntate precedenti, ovvero sedute di allenamento e discorsi da spogliatoio. Cavolo! Mi sbagliavo! Pippo è molto più bravo nelle uscite di Topolino, arriva mezz'ora prima agli allenamenti e se ne va un'ora dopo. Punto di riferimento per i compagni, un leader silenzioso, ascolta ed esegue tutto ciò che gli chiede l'allenatore. Topolino? Magari è lui, si è proprio, a sbagliare le uscite. Ma allora perchè gioca? Ah ecco... Ah ah ah, guardatelo mentre prende in giro Gambadilegno, il massaggiatore. Che ridere! Eccolo, ora fa il verso al magazziniere Pluto, zoppo e pure orbo. Divertente, spassoso, non capisco cosa centri con il calcio. Cosa? Il 96,6 per cento del pubblico da casa ha scelto Topolino. Non so perchè ma mi adeguo. Massì, poi Topolino è così estroverso, mica un lungagnone come Pippo. Attenzione, è finito il servizio sulla presentazione di Cervia - Real Sarchiapone. E' di nuovo Ilaria D'Amico che parla. Corro a sentirla, continuo a scrivere dopo.(continua)
Scritto da Paul Jack il 25.3.05 ::
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Scrittura Creativa ::
Dopo qualche tempo ci ritroviamo. Per ricominciare un altro viaggio insieme ho pensato di riportare un testo molto utile e molto divertente tratto da La Bustina di Minerva di Umberto Eco. Colgo l'occazione per salutare i futuri nuovi amici che vorranno collaborare con noi in questo intimo progetto di laboratorio di scrittura.
Ringrazio il bellissimo sito "il mestiere di scrivere" per i riferimenti. Ho trovato in Internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura. 1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi. 2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario. 3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata. 4. Esprimiti siccome ti nutri. 5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc. 6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso. 7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione. 8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine". 9. Non generalizzare mai. 10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton. 11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu." 12. I paragoni sono come le frasi fatte. 13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s'intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito). 14. Solo gli stronzi usano parole volgari. 15. Sii sempre più o meno specifico. 16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive. 17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale. 18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente. 19. Metti, le virgole, al posto giusto. 20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile. 21. Se non trovi l?espressione italiana adatta non ricorrere mai all'espressione dialettale: peso e! tacòn del buso. 22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono come un cigno che deraglia. 23. C'è davvero bisogno di domande retoriche? 24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe - o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento - affinché il tuo discorso non contribuisca a quell'inquinamento dell'informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media. 25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia. 26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile. 27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi! 28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri. 29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili. 30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l'autore del 5 maggio. 31. All'inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo). 32. Cura puntiliosamente l'ortograffia. 33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni. 34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve. 35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione. 36. Non confondere la causa con l'effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato. 37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni. 38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva - ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica - eccedano comunque le competente cognitive del destinatario. 39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che. 40. Una frase compiuta deve avere.
Scritto da RedPill il 24.3.05 ::
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