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Pensieri Sparsi ::
Avete mai provato a mettere uno specchio di fronte all'altro? Guardateci dentro. Ecco cosa può accadere.


Tu non sei me.

Ti sfioro, ma sei gelida, scostante. La tua pelle è ghiaccio che scivola sulla punta delle mie dita. Non mi vuoi parlare, oggi. Non sopporto questo silenzio, vorrei poter ascoltare la tua voce, vorrei sentirti urlare. Perché non parli? Gli occhi gridano la tua rabbia, ma è solo un fruscio lontano. Chissà a cosa pensi, quali mondi cavalchi ora. Immobile nei tuoi sogni, hai perduto la speranza di guardare avanti. Non hai un futuro, lo so. Non hai un passato. Vivi solo pochi attimi, e già scompari.

Mirror mirror on the wall...

...chi è che vive in te? Non sono io, perché io non sono così. Un riflesso non è un'essenza, è solo una debole rappresentazione. È un fantasma nel mio guscio, è una maschera vuota, eppure in molte culture la maschera ha una simbologia così forte e rende immortale. Ma non è reale, e non perché non posso toccare lei, ma perché quello che vedo oltre il vetro non è il vero mondo e non mi appartiene.

Portami con te.

Salvami da questo giorno senza fine. Posso finalmente guardare il mondo dalla giusta direzione se ti seguo. Posso guardare avanti e non aver paura delle belve che alle spalle ti assalgono e in fondo al precipizio ti lasciano sanguinante. Posso finalmente avere uno spazio mio, finito, e concluso. Posso allungare la mano e so che sempre lì ci sarà la mia fine. Tutto quello che vedrò sarà racchiuso in un piccolo mondo a portata della mia mente. Tutto quello di cui ho bisogno sono io.

Specchio.

E mi vedo. In quei dolci occhi verdi riesco a vedere tutta la mia storia, tutte le mie emozioni, ripensamenti, certezze e volontà. Sento la pelle sulla mia fronte, sento il cuore e il respiro. È palpabile la mia esistenza, adesso. Ascolto i miei pensieri, le mie abitudini e la mia necessità di evoluzione. Penso ai cuccioli di fronte ad uno specchio che non si accorgono di essere soli e continuano a giocare con il riflesso. Penso a quando siamo insieme e non mi accorgo che entrambi sono riflessi di un unico universo.
Scritto da RedPill il 29.4.05 :: (0) commenti
I tesori dei Wermann ::
Ai margini di un piccolo villaggio di contadini, fattori e taglialegna sorgeva la dimora dei Wermann. Il minuscolo crogiuolo di anime, non più che una manciata di centinaia di abitanti, sopravviveva nelle vicinanze dell'immensa e secolare Foresta Nera, per molti ancora fonte di lavoro e sussistenza. La villa, invece, aveva frapposto tra sé e l'oceano verde il villaggio, che dominava da una morbida collina. L'erba era scura, di un verde spento, e gli arbusti che la costellavano crescevano spontanei apparendo secchi e fragili.
Le case del villaggio nebbioso erano perlopiù basse, di semplice fattura e dai muri antichi, sbrecciate in molti punti e frequentemente lasciate all'incedere del tempo; anche i tetti delle abitazioni erano spenti e spesso aggiustati alla meglio che si poteva: con legname nodoso o paglia avizzita.
Tuttavia la villa no.
La dimora dei Wermann dominava col peso della sua ombra quei luoghi apparentemente tristi, scrutava l'orizzonte d'inchiostro della foresta attraverso sei finestre, sempre chiuse dall'interno. Di rado la gente del paesello saliva la china della collina e con fare ansimante bussava ai lucidi battenti del portone; eppure capitava che accadesse e chi vi si recava veniva accolto con gentilezza e buona ospitalità. Una tazza di thé aromatico non era mai negata, anche ai più umili pastori che magari azzardavano la richiesta di qualche prestito. Le casse dei Wermann erano cariche d'oro, così come il loro animo: non si ricordano persone tornate a mani vuote dopo aver chiesto un piccolo aiuto.
Ma non erano molti quelli che salivano alla collina.
Col calare del sole il paesino diventava insicuro: molti i furti, altrettante le rapine e i borseggi tra i vicoli ricolmi di notte. I viandanti si rinchiudevano nelle locande, i vagabondi si rintanavano in qualche anfratto scuro stringendo a sé i pochi spiccoioli raccimolati durante il giorno. Sembrava quasi che nessuno pensasse ai Wermann in questi casi e ci si scannava per poche monete quando invece si sarebbe potuto chiedere carità alla famiglia della collina, sempre così disponibile e generosa, mai debole in carità.
Il fatto era che i Wermann facevano paura, incutevano mistero, gettavano un velo d'angoscia su chi parlava di loro, anche fosse ebbro di vino al tavolo sbrecciato di un'osteria: si diceva che fossero afflitti da terribili maledizioni e che la figlia sapesse scatenare il malocchio. La madre, santa donna, avrebbe inoltre condotto una vita incestuosa e non lontana dai piaceri più sfrenati, mentre il consorte, l'austero padrone di casa, avrebbe come unico scopo l'accumulare oro e preziosi nei forzieri di famiglia.
Eppure i nobili delle contee vicine spesso si recavano in visita alla villa, nelle grandi ricorrenze: una luce spettrale gialla illuminava attraverso i finestroni la vallata e le danze, gli schiamazzi, risuonavano di foglia in foglia sino alla foresta minacciosa. Raramente tornavano gli stessi invitati, di rado erano le stesse persone a fare visita alla villa: il duca non era mai lo stesso, la sua sposa sempre diversa. Conti, i loro paggi, le dame... Non erano mai due volte uguali, pur portando le stesse cariche onorifiche dei predecessori.
E poi si accennò allo specchio.
L'unico a parlarne fu un vagabondo, un senzatetto che davanti ad un freddo boccale di scura si professò essere stato sacerdote, in un tempo lontano, nonchè precettore della piccola Wermann. Parlò a lungo, tutta la notte, di uno specchio enorme, più alto di un Ussaro a cavallo, nero come l'alabastro appena lucidato. Ciò che vi si rifletteva generalmente appariva fioco, smorto, e il padrone della villa ordinò che fosse fatta oscurità per tutte le ore del giorno in quel salone. Da chi lo avesse ottenuto, in uno dei suoi frequenti viaggi, non vi fu mai modo di scoprirlo.
La personalità del facoltoso uomo cambiò rapidamente, trascinando con sè anche la sua sposa e il sangue del suo sangue: passava interi pomeriggi di fronte a quell'oggetto vasto e silenzioso; iniziò anche a bestemmiare, si fece iracondo persino contro il benevolo sacerdote. La moglie sinuosamente cominciò a preferire i piaceri della carne al febbrile lavoro a maglia, la figlia pare ottenne accesso a occulte conoscenze di cui il vagabondo non si azzardò nemmeno ad accennare.
Eppure continuavano ad essere disponibili con tutti, e la loro facciata persisteva perlacea agli occhi dei viandanti e di chi chiedeva loro un misero obolo per passare al caldo la nottata in una locanda del paese. Lo specchio li assorbiva, li desiderava, sembrava nutrirsi di loro come una cancrena: le feste non divennero mai più frequenti, tuttavia aumentarono in sfarzo e sregolatezza, fino a perdere ogni morale alcuna. Il viandante, terminando tremante l'ultimo sorso di birra, parlò infine di come queste celebrazioni nefaste si concludessero: al posarsi degli strumenti dell'orchestrina, il padrone di casa, elargendo un ampio sorriso di soddisfazione, invitava i suoi commensali a seguirlo e ammirare l'ultimo acquisto compiuto presso qualche eccentrico collezionista orientale; al lume di un candelabro mangiato dagli anni il gruppo di nobili veniva condotto davanti allo specchio: rimanevano come estasiati e si compiacevano per l'ottima fattura dell'oggetto. Eppure le loro menti ben presto venivano come aggredite da artigli e unghie feline, i loro cuori sembravano torcersi sotto la stretta di qualche perfido rettile: gli invitati si agitavano, iniziavano a proferire spaventose omelie in lingue morte da chissà quanti secoli, mentre una voce vecchia di millenni si impadroniva delle loro gole. Chi era nelle altre stanze della casa, in queste occasioni, vedeva generalmente eventi oltre ogni ragione accadere: gatti dagli occhi dorati guizzavano di stanza in stanza, silenziosi. Capretti bicefali belavano rauchi da qualche ripostiglio dimenticato, serpenti si dimenavano tra le ombre e le lenzuola dei familiari.

E sordo, nelle segrete, si spandeva il tintinnare di oro fresco di cònio, oro dannato. Per ogni anima una pioggia di ghinee, per ogni blasfemìa manciate di gemme, per ogni Cuore donato all'oblio forzieri colmi di ricchezze maledette.
Scritto da ScraT il 28.4.05 :: (0) commenti
Are you nuts? ::
-Che rottura!
Lo disse forte. Poi aggiunse che non aveva nulla da spartire con loro e sbatté la porta. Vide i gradini bianchi, solidi, eburnei scandire lo spazio che attraversa la notte. Vide la porta, ancora tra le sue mani, ma non vide più la frattura, deve essersi spaventata, si disse. Si rispose subito che tutto era finito. Si avviò, dopo pochi istanti di riscaldamento, verso la gradinata e iniziò, come sempre, a piovere forte. Non voleva più vederli quegli esseri e non era così facile, dopotutto lui vedeva ogni cosa creata. Vedeva proprio tutto e questo gli causava problemi a camminare; non riusciva a procedere da solo e aveva sempre bisogno di una capra che guidasse per lui. Non era del tutto in regola, ma lui vedeva sempre tutto. Non voleva più vederli, dicevo. Erano piccole arachidi rosse che si erano riunite in fondo alla scalinata per sfuggire all'avvento della peste dei pistacchi, o così dicevano, ma non bastava loro. Volevano anche avere aiuti per nuove porte, nuovi aperitivi e nuovi gusci, avevano in mente di allargarsi, dicevano. E a lui sinceramente non interessava sentire lagne mute di salatini complessati. Ma che poteva fare, lui vedeva tutto. Si allontanò così, per sempre nello spazio del tempo per tutto il tempo dello spazio. Poi si rese conto che lo spazio non era così ampio. Era su per giù sette capodogli di grandezza media spiaccicati di diametro, ma non è importante questo. Rapidamente raggiunse la superficie; Latoperlato luccicava. Vedeva l'asfalto bagnato e il lago asfaltato, ma lo vedeva sempre. Si sdraiò e sollevò le palpebre con tutta la forza possibile.

Ora vedeva solo se stesso.
Scritto da RedPill il 26.4.05 :: (0) commenti
Lost ::
In un panorama televisivo sempre più desolante, popolato da fattorie, scuole di ballo e pensioni musicali per cantanti ormai dimenticati, è curioso che una delle poche perle sia un telefilm che ai reality ruba l'idea di base.

Lost esce fuori dalla mente che ha partorito Alias, che poi sarebbe quella del signor J.J.Abrams, e parte da un soggetto decisamente poco originale: c'è un incidente aereo, e il velivolo precipita su un'isola tropicale. Quarantasette persone che non si conoscono, e che si trovano a dover collaborare per sopravvivere.

IIl cast della serie

Detta così, l'amico Abrams e la sua troupe sembrerebbero davvero alla frutta: in troppi hanno già sfruttato una premessa simile.

Ma Lost ha molte frecce al suo arco.
E non sono solo gli elementi misteriosi introdotti sin dal primo episodio, capaci di trasformare una banale isola delle Fiji in un luogo inquietante e denso di magia. C'è di più.

Tre dei sopravvissuti

C'è per esempio la splendida caratterizzazione dei personaggi, bravissimi attori non troppo conosciuti, ad eccezione forse di Dominic Monaghan (Il Signore degli Anelli) e Harold Perrineau (Romeo + Giulietta, The Matrix), comunque sempre relegati a ruoli secondari.
Il ruolo e il carattere di ognuno dei protagonisti di questa vicenda corale viene infatti sviluppato parallelamente, alternando sapientemente i flashback a "zoom in" su un singolo personaggio, e mostrandone differenze e contraddizioni.

Grandissimo rilievo è dato agli aspetti sociali della vicenda: la formazione di un gruppo guidato da un leader, gli scontri tra i personaggi più carismatici, la negoziazione dei ruoli sono aspetti che assumono ancora più interesse perché messi in relazione con le precedenti vite dei personaggi in una sapiente costruzione registica che mostra poco alla volta, offrendo allo spettatore uno splendido esempio di narrazione. Storytelling, direbbero gli anglofili.

Sayid

Una menzione d'onore è doverosa per un attore inglese di cui credo sentiremo ancora parlare: si tratta di Naveen Andrews, che magistralmente interpreta il ruolo di Sayid.
Il personaggio da lui interpretato è un ex ufficiale addetto alle telecomunicazione nell'esercito iracheno; la speranza è che i creatori della serie non si riducano al mero stereotipo del mediorientale sospettato di terrorismo, ma scavino a fondo nella sua psicologia, e trovino occasione per una critica al rapporto occidente-oriente.

Pollice verso, invece, per il doppiaggio italiano, che tocca la sua punta più bassa proprio sul personaggio di Sayid: possibile che il mediorientale debba parlare proprio con un accento così stereotipato?
Sono sempre più convinto della necessità di smetterla con il doppiaggio, e passare ai ben più civili sottotitoli.

A parte questo neo, che per molti sarà ovviamente trascurabile, Lost è decisamente uno dei migliori prodotti seriali degli ultimi tempi, forse solo un gradino sotto del geniale ed inarrivabile Six Feet Under.

Link: www.i-am-lost.com
Scritto da Kurai il 23.4.05 :: (0) commenti
Felicità ::

La felicità è un tuffo nell'acqua di un torrente. Puoi lasciarti trascinare, ma c'è sempre un sasso cui aggrapparti quando ti vuoi fermare. Non è l'acqua di mare a rendere felici. L'acqua di mare o è calma o è agitata. Nel primo caso conferisce alla quotidianità una dimensione piatta, senza alti o bassi. Una linea. Niente può cambiare, né in peggio né in meglio. Il mare agitato ti rende schiavo, ti sobbalza da una parte e dall'altra. Una volta che sei investito, non puoi più dire basta. Il tuffo nell'acqua di un torrente ti libera da ansie e preoccupazioni, sveste il tuo animo della paura di affrontare le difficoltà. Gagliardi, fiduciosi e sprintosi, ci si lascia trascinare, ma c'è sempre prontezza di riflessi nel cambiare rotta, o fermarsi, ogni qualvolta le situazione non gira per il verso giusto.

Scritto da Paul Jack il 22.4.05 :: (0) commenti
Alba oscura ::
E' questione di un secondo, un momento impercettibile nel tempo, ma un'eternità nell'istante in cui lo si vive. Sono qui, dove infiniti passati, presenti e futuri della mia vita sono racchiusi in un eternità di un puntino luminoso, che brilla qui davanti a me. Il puntino diventa luce, la luce avvolge il buio e in questo nirvana artificiale dettato dalle infinite possibilità che ti offre la vita ritrovo quel puntino che nel palmo della mia mano si dischiude facendomi svegliare in quello che sembra un giorno di ironiche contraddizioni e ammalianti follie.
Scritto da Stefano il 21.4.05 :: (0) commenti
Notti folli ::
Il mio sguardo si perde nel silenzio della stanza, lei era lì distesa al mio fianco, la sua schiena nuda che si intravedeva da sotto le coperte. I nostri corpi che l'altra sera in mezzo a quelle gocce di sudore salutavano l'innocenza, ora erano lì, distesi e traboccanti di tutte quelle domande che l'insicurezza e l'amore verso l'altro dettano una volta finite quelle ore di sensualità, appagamento, tensione ed emozione. Ora tuttoera finito. Indimenticabile quella notte; la prima notte condivisa con quella che il più delle volte, cieco e folle, tu credi l'anima gemella. Non trovo spiegazione per quei pazzi sogni della lussuria, accadono e basta e in quei momenti ti sembrano dogmi che dal nulla costruiscono quelle che sono le pareti del nido dove rifugiarti quando chiudendo gli occhi la realtà che vedi è desolata e triste. Il mio nido era ancora lì, infreddolito e indifeso, intanto si girava nel letto cercando il calore nel mio corpo. I nostri corpi presero nuovamente il mare, trasportati in quel dolce impeto di burrasca e tempesta il cui ordine dalla sola natura era compreso. Quella fu la seconda volta che ripercorsi la rotta paradisiaca dettata dal momento, e lì, mentre vivevamo il nostro mare capii quanto è vasto l'oceano e quanto immenso fosse il mio universo. Da allora il mio viso è stato segnato dal mare visto e amato in ogni singola traversata in ogni singolo amore, e nonostante tu sia il mio passato che non tornerà, ora non navigo, aspetto nel mio presente quel futuro che tutti gli eterni innamorati tanto cercano e che arriva solo quando lo si smette di cercare.
Scritto da Stefano il 21.4.05 :: (0) commenti
42 ::
Non mi piacciono i luoghi comuni, mi fanno stare a disagio. Cioè, so bene che di per sé dire "non mi piacciono i luoghi comuni" è un luogo comune a sua volta... Ma non posso esimermi dall'affermarlo.
Sarà la piccola eccezione alla regola, per stasera.
Non mi infastidiscono le classiche domande, o le domande dalla sin troppo facile formulazione ma dalla spiegazione contorta: mi spaventa cosa può nascere dalle rispettive risposte.

Che cos'è la felicità?
Pensaci bene, Teo. Non lo sai cosa sia, difficile saperlo; tuttavia pesa bene ogni parola che batti sullo schermo. Se non puoi dare una risposta certa almeno divertiti un po': fai il funabolo, forza! Passo dopo passo prova ad evitare il luogo comune di chi pensa la felicità sia baciare la persona Amata, di chi la rinnega e la crede inesistente, o troppo effimera, di chi dice che si è felici quando si sta bene con le persone vicine, magari ascoltando assieme e cantando la canzone del cuore.
Tutto ciò è a suo modo felicità, non lo nego: è nella natura stessa di questo sentimento persino il ritenersi inesistente, appaga spesso chi formula tale pensiero: "non c'è, inutile raggiungerla, quindi per paradosso io sono felice".
E' tutto ciò la felicità? Solo? Beh, non credo.

Scalpito ancora un pò con i polpastrelli sulla tastiera del computer, ruzzolo di lettera in lettera componendo frasi sicuramente fuori tema, come in questo caso: una divagazione sulle mie mani che corrono sui tasti del computer. E' in tema con la felicità? Non direi, no di certo, ma lo sto scrivendo e persevero nel mio disubbidire.
Ammetto, mi sono smarrito: sono fuori tema e col machete continuo a sfrondare il terreno davanti a me: qualcosa arriverà e, forse, con un pò di fortuna starò girando in tondo, destinato a trovare un filo d'arianna verso la salvezza.
Che cos'è la felicità?
Troppo difficile da mettere a fuoco, pur vivendo in questo momento un periodo che posso tranquillamente definire felice, nonostante sia costellato di piccoli stress quotidiani. Sono felice, appurato tale fatto senza indugi. Quindi sono io la felicità? E' la mia la sola felicità possibile? Più di tutto: cos'è, PER ME, la felicità?
Non credo che alla fine di questo (spero) breve scritto avrò una risposta, non voglio darmela. O meglio, vorrei arrivare ad una conclusione ma non ne sono capace, non riesco a focalizzare i miei sentimenti.

Senza Cuore non si scrive, Teo, lo sai.
Eh, lo so, lo so... Infatti suonano alquanto vuote queste frasi e la testa inizia a ribollire; mi sento sull'orlo del "non capire più nulla", ma è tutto buio e la linea di demarcazione per nulla visibile. Che fare? Perseverare ed interrogarsi nuovamente su cosa sia la felicità? Ammetto di starmi applicando al problema ma, vivaddìo, non è come al Liceo con tutte quelle monolitiche formule algebriche: non sono qui a cercare la superficie laterale della Felicità, al massimo potrei accomunare la questione alla sua area interna. Tuttavia mi sento semplicemente parte di un segmento sferico di felicità, una parte del tutto che mi impedisce di vedere davvero il quadro generale.

E nella mia, di felicità, ci sono i luoghi comuni, ebbene sì. Inutile continuare a fare il funambolo: la corda su cui tentennavo non giungeva in altro luogo se non qui, al pantheon del "detto e ridetto".
Sono felice perchè adoro immaginare un gabbiano in volo basso, sul pelo dell'acqua, mentre ascolto "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Sono felice quando la mia ragazza si accoccola su di me per dormicchiare qualche minuto in più prima di arrivare a Savona.
Sono felice quando nello sport vedo crescere i ragazzini che alleno con tutto me stesso da diversi anni.
Sono felice quando mangio il Crème Caramel alle due di notte commentando "chissenefrega della digestione" e sghignazzo in chat con i miei compagni di Corso.
Sono felice per cose a mia misura, che riesco a vivere o a immaginare come vicine.

Sono felice quando sento di essere arrivato alla fine di questo testo con il sorriso sulle labbra. Questa, per me, è la cosa più vicina alla Felicità.
Scritto da ScraT il 20.4.05 :: (0) commenti
Felicità ::
Felicità, Felicità,
tu sei molto dispettosa,
tutti parlano di te e tutti ti cercano,
ma non sei mai in casa e non rispondi al telefono.

Felicità, Felicità,
hai sempre pronta una scusa
per scappare via prima di cena
perché qualcuno ti chiama e fuggi come Superman.

Felicità, Felicità,
sei sicura che queste voci non siano nella tua testa?
Scritto da RedPill il 20.4.05 :: (0) commenti
Sogno macabro ::

Il buio intorno a me, un rumore continuo e veloce che mi attraversa le orecchie, inizio a riprendere i sensi, sento un forte dolore alla testa, apro gli occhi, non so dove sono anche se dall'aspetto sembra in tutto e per tutto un vagone ferroviario. Non riesco ancora ad alzarmi, il treno deve essere in una galleria, i finestrini non mostrano paesaggi o mari. Inizio a riprendermi dal torpore che mi cullava fino a poco fa, e con stupore noto che il vagone è completamente vuoto, fatta eccezione per me e il sedile sopra al quale sono seduto. Ripercorro a ritroso fino all'ultimo dei miei ricordi, ma tutto è piuttosto oscuro e contorto, salvo una sirena e un pavimento grigio, e poi ancora il buio, perdo di nuovo i sensi. Ora il risveglio è più veloce mi trovo di fronte un uomo che con un sigaro in bocca mi osserva, riesco ad aprire gli occhi abbastanza da seguire il suo sguardo che si muove intorno e riconosco il vagone nella sua temporanea familiarità. Lui apre la bocca e cerca di comunicarmi qualcosa ma percepisco solo alcuni suoni distorti, devo essere sotto effetto di qualche droga, ma non mi sembra di essermi ridotto mai così male. Chiudo gli occhi e l'oscurità culla ancora un po' la mia mente. Riapro gli occhi, questa volta dai finestrini arriva una luce, accecante, ma che al tempo stesso attira la mia attenzione, cerco di guardarla metto a fuoco il tutto e dai finestrini è come se venisse proiettato un film, la cosa che non riesco a spiegarmi è che il protagonista di quell'assurdo paesaggio esterno sono io. Alla mia destra scorrono veloci e impercettibili i ricordi della mia vita passata, e a sinistra scorrono degli eventi lenti e visibili che non mi appartengono, perché io non li ho mai vissuti. Inizio a riprendere coscienza di me stesso all?interno del mondo o in questo caso di un vagone ferroviario. Mi alzo da questo sedile e barcollando raggiungo un sedile che dal nulla compare nella carrozza, è lì in fondo, vuoto sembra più confortevole dell'altro, lo raggiungo ma non riesco a proseguire oltre la mia camminata, le forze mi abbandonano come mi abbandono al nuovo sedile, è in pelle nera, è confortevole quasi avvolgente. Non resisto, mi faccio cullare ancora una volta in questo strano viaggio. Sembra un secondo eppure quando riprendo i sensi è come se avessi dormito per di giorni, ora sono cosciente non sono più nel treno sono nel mio ufficio, sono già vestito, la tunica nera mi ricopre completamente, la falce è accanto a me. Ora mi è tutto chiaro ricordo la prima volta che ho iniziato questo che lavoro, quando quell'uomo mi passò lo scettro della morte e mi mostrò il mio futuro, la stessa notte che persi la vita sull'asfalto per colpa di una macchina guidata da un uomo che si distrasse per il sigaro che gli era caduto in mezzo alle gambe. Strana davvero la vita della Morte.
Stefano Michero
Scritto da Stefano il 18.4.05 :: (3) commenti
mondi paralleli o prossimi futuri... ::
Al rogo i telefonini! No agli sms! Basta con le videochiamate! Sono questi gli slogan che vengono ripetuti dalle orde di manifestanti che si sono riuniti in tutte le città mondiali in seguito all'annuncio del famoso professor Smith direttore e ricercatore dell'osservatorio mondiale sulla sanità, che ha decretato la fine della telefonia mobile dopo aver riscontrato attraverso le sue ricerche che l'utilizzo continuo e sconsiderato dei telefoni cellulari provoca a lungo termine alcuni dei più gravi disturbi quali la depressione da catene in sms o anche la sindrome della chiamata persa. Infatti, sembra che questi disturbi siano causati da un componente elettronico che permette di aumentare il segnale di ricezione degli apparecchi ma che è anche in grado di emanare particolari radiazioni che condizionerebbero i nostri cervelli in casi di utilizzo prolungato.
Secondo l'esimio dottore Smith molte di queste nuove patologie che si sono riscontrate sempre più negli ultimi decenni sono da ricercarsi nell'utilizzo incontrollato dei telefoni cellulari. Sempre secondo l'O.M.S. non ci sono alternative, bisogna rinunciare ai telefoni cellulari, a lungo termine i danni potrebbero essere sempre più gravi se non irreversibili. Basta osservare i bambini che al nono anno d'età ricevono sistematicamente il cellulare di ultima generazione e al sedicesimo anno d'età soffrono già di gravi astinenze da ricariche e sono disposti a tutto per una dose per ricaricarsi l'apparecchio telefonico.
Le sette sorelle della telefonia per il momento hanno rilasciato finora solo "no-comment" circa le dichiarazioni di Smith. Ad ogni modo è indubbio i centri di recupero per i telefonodipendenti non hanno più posti per aiutare chi ha deciso di voler uscire da questo tunnel, quasi il 65 % della popolazione mondiale è affetto da un qualche tipo di sintomo che potrebbe essere riconducibile ad un uso sconsiderato del telefonino. Ormai è inutile domandarsi cosa avremmo potuto fare in passato per evitare questa situazione. Il portavoce della federazione per i diritti dell'uomo Jameson oggi ha detto "Ora che la verità è finalmente venuta a galla! Bisogna far prevalere il buon senso, per il bene dell'intera umanità". Ad uno ad uno tutti i governi stanno condannando l'utilizzo dei telefoni cellulari. A Roma, dal palazzo del governo iniziano a trapelare le prime indiscrezioni secondo le quali a giorni verrà varato un emendamento che bandirà i cellulari su tutto il territorio nazionale. Da adesso in poi gli spacciatori di tariffe avranno vita dura la polizia ha avuto il bene stare per utilizzare qualsiasi mezzo per contrastare questa piaga che affligge la società. Intanto dilaga il sospetto tra la gente, che si guarda intorno chiedendosi se il proprio vicino ha ancora il cellulare.
Nel frattempo si sta estendendo a macchia d'olio la crisi economica, i mercati finanziari mondiali stanno crollando, le sette grandi compagnie costruttrici di telefoni cellulari si troveranno costrette a dichiarare bancarotta con la conseguente perdita per miliardi di persone del proprio posto di lavoro. Purtroppo questo era da prevedersi, fin da quando un anno fa, in seguito a delle ricerche sul rapporto tra salute ed uso dei cellulari, venne emanato il primo decreto a livello mondiale che prevedeva un aumento del 38 % sul prezzo di vendita dei cellulari.
Nonostante inizialmente la verità venne parzialmente a galla pare che le sette sorelle della telefonia riuscirono a mettere a tacere gli scienziati che le condannavano, anche se non venne mai provato definitivamente sembra che queste società costruttrici di telefoni cellulari corruppero scienziati, capi di stato, giudici e altre grandi autorità pur di continuare il loro sporco business.
L'intera umanità è in fermento. Nessuno è in grado di quantificare i danni provocati da questo utilizzo incontrollato dei telefoni cellulari. L'unico dato positivo è che la maggior parte delle persone che ha fatto uso del telefonino può uscire velocemente da questa dipendenza grazie a nuovi medicinali che a detta dell'O.M.S. verranno presto dati a cifre irrisorie si parla quasi di 50 centesimi per una confezione che dovrebbe durare un anno. Oggi si pone fine a quello che da molti era stato definito come il male del secolo. Ad ogni modo io ritengo che colui che vede da un solo occhio è ricco nel mondo degli uomini ciechi...
Stefano Michero
Scritto da Stefano il 16.4.05 :: (0) commenti
Per piacere, alziamo quelle recinzioni ::
Qualcuno la chiama circo, altri preferiscono il termine zoo. Inesatte sottigliezze. In quei luoghi almeno ci si diverte, qui decisamente no. La curva è diventata la valvola di sfogo di centinaia di tifosi (?), incapaci di contenere la propria emotività (?). Accendini, bottigliette, rotoli di carta igienica, monetine, petardi ma anche rubinetti, seggiolini e motorini. In campo piove di tutto, sugli spalti volano calci e pugni. Un tempo ci voleva un fisico bestiale per bere e per fumare. Oggi nelle curve si beve e fuma di tutto, in barba ai controlli, con teste calde che di certo non si tirano indietro di fronte a un manganello. Spavaldi e temerari, anche senza possedere un fisico bestiale. Basta essere in gruppo, l'unione fa la forza e la barbaria, se ce lo consentite. Domenica a Roma i tifosi biancocelesti e toscani avevano tributato un affettuoso e commovente omaggio al Papa, col silenzio prima del calcio di inizio e tre minuti d'applauso dopo la proiezione di un video musicale di Amedeo Minghi dedicato a Wojtyla. Un ricordo durato il tempo di un caffé. C'era una battaglia da combattere tra il rosso e il nero. Così i tifosi amaranto esibivano bandiere dell'ex Unione sovietica e pugni chiusi. Gli stessi si sono poi resi protagonisti di ulteriori atti di cronaca nera sul treno che li riportava a casa. La risposta della Nord consisteva in cori beceri e striscioni rievocanti il ventennio, come "Roma è fascista", oppure vessilli con svastiche. Addirittura un razzo terminato a metà campo. Episodi di puro teppismo che restano impuniti, perchè in Italia si fa "marameo" alla legge. In Inghilterra l'Heysel ha stabilito una linea di confine, non ha certo eliminato il fenomeno degli Hooligans. Tanto è vero che i delinquenti d'Oltre Manica si scatenano spesso e volentieri all'estero. In uno stadio del loro paese, però, se lo sognano di sfiorare un poliziotto. Il rischio è altissimo. Si può finire per un bel po' in prigione oppure dare l'addio alle partite di calcio, ci sono pene severe e applicate costantemente per debellare la violenza. Le leggi inglesi hanno costretto parecchi tifosi a cambiare mentalità e hanno permesso ad altri di godersi lo spettacolo delle partite quasi a contatto con i loro beniamini. Via le recinzioni, non servono più. La polizia, pubblica o privata che sia, interviene di rado. In certi stadi italiani, invece, la pista d'atletica è considerata una salvezza. Immaginatevi San Siro o l?Olimpico all'inglese in occasione degli ultimi derbies. Tuoni, fulmini e saette! D'accordo che serve il binocolo per vedere l'incontro, ma almeno sono limitati i danni ed è più facile proteggere l'incolumità dei giocatori. E non parliamo della cultura sportiva di alcuni paesi nei cui stadi viene indicato e isolato il colpevole di atti inconsulti: in tal modo le colpe della squadra, la cosiddetta responsabilità oggettiva, sono limitate. In Italia è successo solo in una gara di serie B. La bottiglietta che ha centrato Buffon in Samp - Juve, la monetina che ha colpito Frisk in Roma - Dinamo Kiev rappresentano casi in cui mascalzoni che l'hanno fatta franca. Lunedì ministro Pisanu ha minacciato la chiusura degli stadi, il giorno dopo una parte della tifoseria nerazzurra gli ha risposto: "Me ne infischio!". E' un diffuso pensiero comune che mai e poi mai questa minaccia verrà concretizzata. Motivi politici e questione di voti. Le soluzioni ci sono, a cominciare dalla flagranza, riconosciuta attraverso filmati e video, che andrebbe allargata ben oltre le 36 ore attuali. Oppure copiare il modello inglese dotando lo stadio di numerosi "poliziotti digitali", ovvero telecamere nascoste. Molte società sono "ostaggio" dei capo ultrà e non hanno il coraggio di denunciarli: meglio stare zitti e pagare la loro buona condotta per non rischiare multe e squalifiche di campo in caso di situazioni di degenero. Nel 2003 un decreto legge ha ampliato la facoltà da parte dei prefetti di intervenire sui calendari sportivi, di spostare le partite di calcio e di squalificare il campo fino a un mese in caso di incidenti. Numerose tifoserie si sono sentite stuzzicate e hanno protestato disertando in alcuni casi gli stadi oppure astenendosi dal tifo. E' vero che nel 2004 i tifosi rimasti feriti negli scontri sono calati di oltre il 40%, passando da 473 a 282, mentre quelli tra gli uomini delle forze dell' ordine sono diminuiti del 25% (da 1.240 a 931). Purtroppo è anche vero che il numero di spettatori è sceso vertiginosamente. In molti non lo considerano più un luogo sicuro e preferiscono vivere la loro passione calcistica in casa, davanti alla tv, visto anche il proliferare di televisioni a pagamento. Come dargli torto. Eppure il presidente della FIGC Franco Carraro continua a parlare di stadi senza recinzioni e dell'obiettivo di riportare le famiglie allo stadio. Il ministro Pisanu gli risponde che gli stadi li chiuderà se si andrà avanti così. Ma di leggi più severe, di prevenzione e repressione si parla poco.
Scritto da Paul Jack il 13.4.05 :: (0) commenti
Allegoria decadente ::
Decenni di battaglie, tutte quante iniziate sempre allo stesso modo: quella stretta di mano, quella falsa diplomazia in cui nessuno avrebbe mai creduto. Puntualmente, difatti, la tregua crollava e gli schieramenti si trovavano ancora faccia a faccia, grugno dopo grugno a muso sempre più duro.
Non si tornava mai indietro da situazioni come quelle: ogni benedetta volta potevi voltarti e scrutare tra le compagini allineate, ritrovando sempre gli stessi sguardi: alcuni troppo anziani ma incapaci di tirarsi indietro, altri troppo giovani per uscire dall'ombra di chi li precedeva: troppo giovani per rendersi davvero conto di quel che stava accadendo da molto tempo ormai.
Ritrovavi chi si dipingeva il volto con i colori rituali, sempre quelli, come scaramantica professione di fede e vedevi sempre le stesse aste stagliarsi contro le luci, così artificiali, che inondavano aguzze la notte delle tue lande; o ancora gli stendardi e le grida minacciose battute su di un tempo tribale, elementare. Gli occhi negli occhi, a decine e decine di metri di distanza, lontani: uno spettacolo simile al tuo ma cromaticamente differente attendeva dentro l'orizzonte artefatto della collina.
Si attendeva frementi, come sempre, finchè i paladini non calcavano il terreno sacrale, pronti a guidarci nell'impresa. In fondo c'era stato un tempo in cui eravamo davvero qualcosa per loro, in cui sentivamo i nostri polmoni ruggire assieme ai loro, i nostri cuori palpitare rutilanti mentre il galoppo aumentava all'avvicinarsi pressante del nemico. Un tempo lontano in cui il loro dolore era sincero e lo sentivamo lancinante nelle nostre gambe, nei nostri arti: eravamo qualcosa, anzi, qualcuno di inseparabile.
Ma gli dèi cambiarono sinuosi, e i giochi di potere nelle eteree distese aumentarono il controllo di costoro verso i nostri stessi eroi. I soldati divennero mercenari capaci solo di cambiar casacca, generalmente quella sui cui colori si rifletteva più oro e denaro possibile. Li trovavamo ad affrontarci, anzi, ad ignorarci ancora una volta vestendo le speranze e i sogni di chi un tempo lanciava verso di loro imprecazioni e malefici.
Cambiarono i tempi così in fretta... E le carni dei nostri condottieri si fecero plastiche, fredde, distaccate, massiccie ed al cotempo effeminate: cresceva in loro il narcisismo e la voluttuosità dei piaceri a cui poterono assurgere li portò a coltivare culti per la loro stessa persona con una grettezza smisurata. Finsero sorrisi, abbozzarono di volta in volta parole di conforto o di incoraggiamento, simularono dolori che soltanto noi, ormai, riuscivamo ancora a percepire pallidamente.
Si definirono ben presto eroi proprio quando Eroi non lo erano più: divennero simulacri, automi senza morale alcuna che ripetevano riti sempiterni nel nome di divinità spregevoli: di queste ultime risaltavano i marchi, gli emblemi sempre più marcati, sempre più legati ai visi e alle gesta che un tempo sapevamo essere vivi.

Sì, eppure io sono ancora qui, oggi: ancora qui mentre osservo ciò che si ripete spento davanti ai miei occhi. Quella battaglia a cui partecipiamo si svuota della sua gloria mentre si fa soltanto un viziato straziare di carni, troppo spesso inteso fuor di metafora. Ho ancora quei visi attorno a me, ogni volta la situazione è al contempo uguale e differente; tuttavia, se è pur vero che esiste sempre una passione ad accomunarci, è al tempo stesso innegabile che qualcosa, meglio, qualcuno su questa passione stia lucrando e stia manipolando i più giovani di noi.
Io no, ormai, io sono della vecchia e gloriosa guardia: io sono sempre qui, di domenica in domenica, di partita in partita; ancora qui a guardare quegli undici "paladini" forse più per nostalgia che per vero trasporto emotivo.
Mi fa molta pena cioè che oggi il calcio non è più: non è più sport, non è più passione, non è più realmente umano.
E' soltanto gelo disarmante.
Scritto da ScraT il 13.4.05 :: (0) commenti
La rassegna stampa alternativa del Chronicle (nr. 8) ::
Questa rubrica non osserva minuti di raccoglimento

Da settimane tutti urlano, urlano. E ora dovrei stare zitto io?


Mettimi un dazio su questo - Euronews

Cina e India, i due giganti dell'economia mondiale, hanno deciso di rinsaldare i loro legami commerciali e di risolvere una volta per tutte il contenzioso sui loro confini. Il premier cinese Wen Jiabao è in India per quattro giorni, durante i quali visiterà Delhi e Bangalore, la capitale della Silycon Valley indiana che ogni anno sforna i migliori ingegneri del mondo. I due Paesi parleranno di economia e del tratto di confine che condividono con l'Himalaya e che nel 1962 ha provocato anche una guerra. Qualcuno in India ha protestato, ricordando l'occupazione cinese del Tibet e il mancato rispetto dei diritti umani. I soliti disturbatori, hanno ribadito i leader politici dei due Paesi, che si accingono a portare a 30 miliardi di dollari entro il 2010 il volume degli scambi commerciali, attualmente fermo a 13 miliardi.


Quattro passi per il Wrexham - Sito Internet BBC (Gran Bretagna)

Due tifosi della squadra gallese di calcio del Wrexham, Wayne Price e Stuart Smith, sono partiti da Manchester e hanno percorso a piedi 150 miglia per essere presenti alla finale della Vans Cup al Millennium Stadium di Cardiff, che vedrà la loro squadra opposta al Southend United. Non solo passione sportiva alla base della loro impresa: lungo il tragitto Wayne e Stuart hanno raccolto 10.000 sterline per un fondo istituito dai sostenitori del Wrexham in favore di un ospizio gallese. Per il viaggio di ritorno i due tifosi saliranno sul pullman di altri tifosi del Wrexham residenti a Manchester.

Scritto da wile il 10.4.05 :: (0) commenti
Prima del Rock'n'Roll.... ::
Ci sono i Bishoonen.
E ci sei tu che sei lì che li ascolti che ti scateni sulle note di Superauto Mach 5 mentre gridi con tutta la forza GoGoGo tu che vivi quei momenti. Sei lì di fronte alla band in piedi stretto tra la folla che se ci pensi, davvero se ci pensi non sai spiegare come ci possa stare così tanta gente in quella sala. Ti devi fermare ora, il cameriere cerca un varco tra la folla e ti chiedi ma come fanno come fanno ad essere così grandi. Macchina fotografica in mano decidi di documentare questa serata perché il mondo deve sapere ma poi pensi che è una scusa, che neanche tu ci credi perché vuoi quelle foto solo per te.
Sono i tuoi eroi e non solo perché negli anni Ottanta tu c'eri a vedere tutti quei colori nella scatola in sala, sono eroi della canzone perché assegnano il meritato valore a sigle meravigliose, altro mondo rispetto alla tivvù per bambini di oggi, raccapricciante, altro mondo rispetto al panorama musicale di oggi, piatto e omologato. E ringrazi di aver vissuto quegli anni, prima del politically correct in cui si poteva cantare odia gli stupidi, aiuta i deboli senza temere che gli stupidi guidati da capetti ridicoli rivendicassero la loro identità. Non risparmi un filo di voce per loro usi quell'ottantapercento di energia che normalmente non usi urlando c'era allegria, c'era felicità, ma la guerra è una follia. Agiti i pugni ballando nessuna al mondo è matta come te e c'è chi ti fotografa ma non ci fai caso.

Bishoonen


E poi ci siete voi che non conoscete i Bishoonen. Voi che ieri non eravate lì e non avete idea di quello che avete mancato. E vi dico una cosa. Tenetevi liberi il 13 maggio e accorrete a Rapallo al locale Zi' Pier alle 22 a cantare ma che effetto mi fa, mi sento tutto un brivido...brrrrrrr..... perché non ve ne pentirete.
Scritto da RedPill il 9.4.05 :: (0) commenti
Rocky Horror Show ::
Trucco sbavato,
i figli dell'essere
guardano avanti
Scritto da RedPill il 7.4.05 :: (0) commenti
Over at the Frankenstein place ::
I fenomeni di costume sono merce rara: lo sono stati negli anni d'oro del Rock woodstockiano e ancora di più sembrano esserlo al giorno d'oggi, superata inequivocabilmente la soglia del Ventunesimo Secolo.
Il palestrato ammicca sul nostro teleschermo, la modella di turno si staglia sulla cresta dell'onda per qualche manciata di settimane, il calciatore fenomenale compare in pompa magna solo per affermarsi panchinaro già nella stagione successiva.
La società ci vuole avanti, rivolti verso il futuro e l'ultima marca, l'ultimo trend, l'ultima novità fiorita sul panorama di sua m_està Mercato e la sua consorte Moda. Cresciamo vitaminizzati, depilati, abbronzati e quanti più "ati" sia possibile trovare pur di diventare belli e impossibili, o quasi, nel nostro quarto d'ora di notorietà; vogliamo il successo, il progresso, il gossip formato spazio pubblicitario: trenta secondi ed è già finito, già divenuto obsoleto.

E' in questo clima turbinante, in questa notte mediatica buia e tempestosa che attende sornione il mostro venuto dal passato, il killer sadico e spregiudicato, l'evaso recidivo di ogni buon film dell'orrore: The Rocky Horror Show

All'inizio degli Anni '70 Richard O'Brien, scanzonato musicista con la passione per il rock'n'roll, i film dell'orrore di serie B e la fantascienza da double feature, realizza un progetto musicale che riunisce le sue manie sotto l'ottica stravolgente di una feroce critica di costume. Il musical che ne deriva, originariamente pensato come They came from Denton High, titolo palesemente ammiccante alla fantascienza Anni '50 hollywoodiana, ottiene un successo strepitoso calamitando l'attenzione del pubblico londinese e spalancando le porte ad un progetto cinematografico correlato (The Rocky Horror Picture Show) destinato a bissare la popolarità dell'opera Rock di O'Brien.
In breve la trama può essere la seguente: Brad Majors e Janet Weiss, due giovani intraprendenti e moralmente smaglianti ragazzi di Denton, dopo aver assistito al matrimonio di due cari amici decidono di festeggiare il loro fidanzamento andando a trovare il curatore del corso dove si sono conosciuti quando frequentavano la high school.
Tuttavia, nella notte di tempesta che coglie impreparata la coppietta, a causa di una gomma forata si trovano costretti a chiedere riparo in un castello lungo la strada: tale luogo eccentrico e festante è di proprietà dell'ambiguo Frank'n'Furter, scienziato bisessuale, travestito, perverso ed egocentrico (nonchè extraterrestre) che proprio in quest'occasione sta per portare in vita la sua creatura: un biondo, atletico e muscoloso ragazzone (Rocky) il cui destino sarà quello di giocattolo sessuale. Accolti e quindi obbligati a trascorrere la notte nella dimora, Brad e Janet saranno oggetto di svariate tentazioni e vedranno ben presto incrinarsi i valori in cui credevano saldamente sino a poco tempo prima, finendo a breve per scoprire che ogni resistenza è inutile contro il trascinante e trasgressivo stile di vita proposto dallo spregiudicato padrone di casa.


Il Rocky Horror è quel castello ai bordi della strada di tutti i giorni. Forse la meno battuta, di strada, ma pur sempre una delle tante che caratterizzano la nostra vita. Entriamo a nostro rischio e pericolo all'interno del maniero e solo i più arditi si lanciano subito nella frenesia del Time Warp, il ballo rituale, potremmo dire, degli abitanti del pianeta Transexual da cui lo stesso Frank e la sua cricca provengono.
Tutti gli altri, specialmente i frequentatori abituali del teatro trovatisi letteralmente a scatola chiusa con in mano il biglietto d'ingresso, sono nella stessa condizione di Brad e Janet; è a spettacolo inoltrato, quando la motosega di Frank squarcia le certezze di ognuno di noi e la metamorfosi della - ex - idilliaca coppietta si fa ampiamente strada che lo spettacolo ruggisce, travolgendo lo spettatore.
Sin da subito il pubblico, generalmente vestito in modo rigorosamente kitsch, come da tradizione, è chiamato a partecipare attivamente allo Show: frasi di risposta a battute degli attori, lancio di oggetti determinati durante lo spettacolo, canti e balli a ritmo delle musiche (rigorosamente dal vivo) che inondano la sala come ad un surreale concerto di puro Rock; l'ignaro passante con in mano il biglietto è così circondato da una nuova realtà: sfondare il tabù teatrale del silenzio, della compostezza e osare, osare e ancora osare nella metafora che fa della sala teatrale lo stesso schema da infrangere impostoci dalla società.

"Don't dream it, be it" è il comandamento di Frank, l'unico: transessuale Gesù Cristo immolato dai suoi stessi assistenti che non credono più nella sua missione. "Your lifestyle's too extreme!" canta difatti un minaccioso Riff Raff (l'"Igor" della situazione) all'apice del suo tradimento; "su questo pianeta non c'è spazio per te Frank così come non c'è stato per il figlio di Dio" potrebbe essere tranquillamente il provocatorio e fulminante messaggio che Richard O'Brien affida al personaggio da lui stesso interpretato nelle prime edizioni del Rocky Horror.
Così a questo morente Frank che dà la vita e che si prende anche il lusso di toglierla a piacimento seguono la sua stessa creatura, Rocky, e la giovane ed infantile Columbia, sua assistente. Ignaro spettatore, Brad e Janet sono così ricatapultati in una realtà che stavano dimenticando, stavano superando: il loro nuovo mentore giace senza vita mentre l'intero fabbricato viene teletrasportato sul pianeta natale dei due fuggiaschi traditori (Riff Raff e la sorella Magenta).
Il secondo, incredibile e più doloroso crollo dei modi di vivere coglie impreparati, emoziona gli aficionados, rattrista chi ha avuto l'ebbrezza della prima volta. E' lo stesso Dr.Scott, il professore amico dei due ragazzi creato sulla falsariga del Dottor Stranamore, a pontificare che la società "must be preserved!" con buona, per così dire, pace dei diversi, dei trasgressivi, dei non allineati.

Sta a noi quindi fare tesoro di quel motto, di quel sussurro:
"Don't dream it, be it"
Non sognarlo, diventalo: sfogati, vivi, libera le tue passioni, la tua creatività, il tuo modo di essere.

Be it!

 
Scritto da ScraT il 7.4.05 :: (0) commenti
Povero Wojtyla, sepolto vivo ::
Nel momento in cui facevo queste riflessioni Giovanni Paolo II era ancora vivo e il sistema dei media stava sfiorando il cortocircuito, il suicidio per autostrangolamento.

I primi coccodrilli sul Papa (gli articoli che ripercorrono la vita di un importante personaggio appena deceduto) sono comparsi su giornali e tv fin dai tempi dell'ultimo ricovero al Gemelli per la tracheotomia. Dopo il ritorno in Vaticano non ci è mai stato risparmiato il voyeuristico bollettino televisivo: oggi il Papa si è affacciato; oggi non si è affacciato; ha parlato; non ci è riuscito; soffre, vedete? Fino a quello che sembrava l'epilogo: il peggioramento di due giorni fa.

Le parole "estrema unzione" corroborano la convinzione che la fine sia imminente e invece tradiscono: di lì a poco si scoprirà che non di ultima benedizione al moribondo si tratta, ma di preghiera di conforto per il malato.

Partono le edizioni straordinarie, dirette fiume che dopo un pò esauriscono gli argomenti ma proseguono, proseguono, non sia mai che la notizia del decesso arrivi mentre non siamo in onda. La Botteri (TG3) diluisce le parole, una ogni due o tre secondi, si inventa argomenti.

E' solo un esempio, tutti i canali rimasticano ogni evento della vita del Pontefice. Tieni duro, Sassoli, tieni acceso il TG1, adesso la notizia arriva. L'Adnkronos parla di encefalogramma piatto: ci siamo. No, è una bufala. E adesso? Che si racconta adesso? Ventiquattrore in onda, caffè, sempre lì con l'edizione straordinaria e definitiva in canna e questo polacco testardo, no, volevo dire coraggioso e forte, che non molla.

E se si assesta? Se va in coma e ci resta qualche settimana o qualche mese? Parentesi: che fa lo sport? Si ferma? Doveroso, certo. E se l'agonia dura ancora una settimana che si fa? Si rimanda anche la prossima giornata di tutti i campionati di tutti gli sport? Creato il precedente, se ne resta prigionieri? E meno male che la malsana idea di rinviare le elezioni regionali viene accantonata.

I media hanno seppellito il Papa ben prima che morisse, con un accanimento mediatico incredibile. Il 2 aprile La Stampa ha pubblicato la foto del Papa con l'anno della morte stampato in neretto: 2005. Ma Wojtyla era ancora vivo! Siamo quasi alla gufata.

Il Papa è morto poco dopo, togliendo dall'imbarazzo tutti i direttori e le Vespe. Servirà questa lezione per recuperare un minimo di decenza e di sobrietà?
Scritto da wile il 2.4.05 :: (0) commenti